Torino città delle armi? È una delle domande aperte sollecitate durante l’incontro promosso il 19 maggio da Città Nuova durante la gigantesca kermesse del salone del libro che ogni anno si svolge in quella città associata storicamente alla Fiat e alla produzione di auto.
Non c’è interesse oggi per Stellantis, come ha detto John Elkan nella recente audizione alla Camera, alla riconversione diretta dall’automotive alla produzione di armi, ma è evidente l’interesse di Leonardo, società con prevalente capitale pubblico, a creare un polo di avanguardia che oltre all’affascinante settore dell’aerospazio porta in dote la produzione di armi.
A chi propone una diversa politica industriale, anche i più giovani rispondono ripetendo la tesi che comunque la guerra e la sua preparazione creano occupazione. In realtà molti studi empirici e la stessa storia dell’industria dimostrano il contrario.Sorprende in particolare la mancanza di una prospettiva diversa, la possibilità, cioè di poter lavorare per un’alternativa reale in grado, non di aumentare i licenziamenti ma, al contrario, l’occupazione di qualità.
Non è stato sempre così.
Come dovrebbe essere noto, è sotto attacco in Italia la legge 185/90 che disciplina il controllo sulla produzione e commercio di armi. Ma tale normativa, introdotta per realizzare la Costituzione, prevede anche di sostenere la riconversione delle industrie belliche verso il settore civile. Prevede lo stanziamento di fondi a tal fine. Soldi mai arrivati per una prassi politica prevalente. Con un’eccezione che merita riscoprire oggi per cercare di riprendere un sentiero interrotto.
Fu promosso, infatti, negli anni 90, un centro studi per la riconversione presso l’Università cattolica di Milano grazie all’ora rettore Giuseppe Lazzati, uno dei padri della Costituzione. Una figura cardine del cattolicesimo personalista, fondatore dell’associazione Città per l’uomo.
Di quel Gruppo di studio su armi e disarmo (GSAD) abbiamo parlato con uno degli artefici e protagonisti, l’economista Sergio Serafino Parazzini, professore emerito di Economia Applicata presso l’Università cattolica di Milano. Il professor Parazzini è molto attivo nell’associazione della Città per l’uomo che ha dedicato un numero speciale della sua rivista Appunti di cultura e politica alla questione “Il ritorno della guerra e l’urgenza della pace”.
Qual è stata l’origine dell’interesse dell’Università Cattolica verso le tematiche delle spese militari e del disarmo?
L’interesse nacque all’inizio degli anni ’80 grazie all’impulso del vescovo di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, che sensibilizzò il professor Lazzati sull’importanza che l’ateneo si occupasse di questi temi. Il professor Lazzati si rivolse al Dipartimento di Economia, allora diretto dal professor Giancarlo Mazzocchi, da cui scaturì l’idea di creare un gruppo di studio dedicato.
Come si è concretizzato l’impegno dell’Università in questo campo?
Con la nascita del “Gruppo di studio su armi e disarmo”, coordinato inizialmente dai professori Giancarlo Ola e Luigi Campiglio. Il gruppo organizzò convegni a partire dal 1980, focalizzandosi sugli aspetti economici e sociali delle spese militari e invitando anche studiosi stranieri. Nonostante le difficoltà nel reperire fondi, il gruppo mantenne contatti con centri studi internazionali e partecipò a iniziative di sensibilizzazione.
Quali figure di spicco hanno collaborato o sono state coinvolte nelle iniziative del gruppo di studio? Nei primi anni, il gruppo ebbe contatti con studiosi come Geoffrey Hill. Successivamente, partecipò a convegni internazionali anche Edward Luttwak, allora consigliere della Casa Bianca, e Ken Organski. Grande studioso del Center for Political Studies dell’Università del Michigan. Scoprì, tra l’altro, che era di origine italiana, immigrato negli Stati Uniti dopo le leggi raziali del 1938. A livello italiano, ci furono interazioni con l’Istituto di Archivio Disarmo e con figure del mondo sindacale come Gianni Alioti per la Liguria. Fabrizio Battistelli, cofondatore di Archivio Disarmo, fu tra gli accademici con i quali avemmo i contatti più stretti.
Quali sono state le principali difficoltà incontrate dal gruppo di studio nel portare avanti la propria attività?
La principale difficoltà fu di natura economica, con la scarsità di fondi per sostenere le attività di ricerca, la documentazione e i viaggi. Inoltre, a livello accademico, il gruppo faticò a ottenere pieno riconoscimento e integrazione, venendo talvolta considerato un’entità a parte rispetto alle attività più tradizionali dell’università.
Qual è stato il rapporto con il mondo pacifista e sindacale?
Il gruppo di studio ebbe un’intensa interazione con gruppi pacifisti e organizzazioni sindacali, soprattutto alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, fornendo contributi per chiarire questioni relative ai rapporti internazionali, all’industria militare e all’esportazione di armi. Il gruppo fu anche coinvolto nella legge regionale lombarda per la riconversione dell’industria militare.
La spinta all’approvazione della legge 185/90 arrivò in maniera particolare dai lavoratori che in Lombardia fecero obiezione di coscienza alla produzione bellica. Che rapporti avete avuto con loro?
Parliamo di persone straordinarie come Marco Tamborini ed Elio Pagani. Ci conoscevamo fin dagli inizi con loro. Un impegno radicale e convinto. In occasione del suo matrimonio, Pagani assieme alla moglie sentirono di dare un contributo economico significativo per il lavoro di ricerca. Una cosa che ci soprese molto.
Come è evoluto l’interesse e l’impegno accademico su queste tematiche nel corso degli anni?
Dopo una fase iniziale di vivace attività negli anni ’80 e ’90, l’organizzazione di convegni divenne più onerosa a causa della mancanza di risorse. Tuttavia, i contatti con studiosi e centri studi stranieri furono mantenuti. All’inizio degli anni 2000, furono realizzati due importanti progetti di studio sulla riconversione, finanziati tramite bandi. Nonostante ciò, a livello accademico, la piena integrazione e il riconoscimento di queste tematiche rimasero difficili. Anche purtroppo tante volte nel mondo universitario problema principale quello di far carriera.
Avete avuto stretti rapporti anche con gli Usa e altri Paesi occidentali?
Certo. Si è trattato di un’esperienza di grande rilievo. Conoscemmo studiosi molto addentro nella materia come Seymour Melman. Il Consolato ci diede un forte sostegno. Eravamo ricercatori di 6 Paesi europei liberi di muoverci per un mese visitando perfino il Pentagono e alcune basi strategiche militari ma anche gruppi pacifisti dell’altra dalla parte da parte dell’Atlantico.
Qual è la riflessione attuale sulla situazione delle spese militari e del rischio nucleare alla luce dell’esperienza passata?
Negli ultimi anni si è osservata con preoccupazione una certa apatia verso queste tematiche, soprattutto tra i giovani, nonostante il contesto internazionale sia segnato da crescenti tensioni e dal rischio, sempre più esplicito, di un conflitto nucleare. La fine della riduzione degli arsenali nucleari e l’emergere di nuove tecnologie che potrebbero abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari rappresentano motivi di grave allarme. Di fatto che negli ultimi 25 anni non c’è stata più alcuna riduzione degli arsenali nucleari non solo della Russia ma anche della Cina, degli Usa e della Gran Bretagna che ha aumentato la spesa in armi nucleari dopo la Brexit. Lo spettro della guerra nucleare è reale, specie se alimentato dall’illusione di un effetto limitato. Per questo motivo mi sembra sempre di più attuale il discorso fatto da John Kennedy nel giugno 1963 alla Università americana che ho avuto modo di riascoltare su You tube. Ne sono rimasto scioccato per la profondità di quell’intervento. Mi son detto: pensa a tutte le stupidaggini che offuscano la memoria di Kennedy che dicono e non si ricordano le sue lucide e profetiche parole a proposito del disarmo nucleare della deterrenza e del problema dei rapporti con la Russia, a quel tempo Unione Sovietica. Quel presidente era avanti avanti di secoli rispetto a tanti di oggi. Ho così recuperato dagli Usa un paio di volumi di che raccolgono i discorsi di Kennedy che fanno capire come riuscì ad evitare il conflitto nucleare nel 1962. Parla di pace e del riconoscimento delle ragioni dell’altro come strada del dialogo. Una cosa straordinaria da riprendere oggi con urgenza.