Disarmare l’economia, il cammino in corso nel Sulcis Iglesiente

a cura di Cinzia Guaita (Co-portavoce Comitato per la Riconversione della RWM e Co-presidente di Warfree-Liberu dae sa gherra”)

Papa Francesco aveva individuato nella fabbricazione di armi una delle cause della terza guerra mondiale a pezzi, arrivando a chiedere agli imprenditori del settore  di interromperne la produzione

 Una fabbrica d’armi ammorba il territorio che la ospita, sotto tanti punti di vista. Come la guerra, si ammanta di menzogne, usa il termine “difesa” per giustificare di fatto guerre di ogni genere, si propone come necessario supporto all’esportazione della democrazia  e contemporaneamente vende i propri devastanti prodotti a regimi autoritari, crea pericoli sul territorio per potenziali esplosioni, inquinamento del suolo e delle falde acquifere.

Per non parlare delle conseguenze della produzione sui Paesi che ne sono destinatari: non esistono più  relazioni positive tra esseri umani e natura, perché prevale la distruzione e in questi contesti devastati anche l’umanità si perde. Inoltre incide culturalmente deresponsabilizzando le persone «Se non lo facciamo noi, lo faranno altri» è la frase che abbiamo sentito ripetere in diverse sedi e si è arrivati ad affermare che  (cito testualmente dalla stampa) “Se si tengono in considerazione le questioni etiche non si fa nulla, ma noi abbiamo un grande bisogno di lavorare”.

Avere una fabbrica di armi sul territorio, inoltre, far venir meno la spinta a studiare e investire su progetti alternativi, riducendo il lavoro unicamente ad un’attività per avere stipendio, senza preoccuparsi delle interconnessioni che esistono tra la produzione bellica locale e le guerre stesse. Del tutto assente risulta  poi la consapevolezza dell’influenza dell’apparato industrial-militare negli scenari internazionali che  porta le persone dei territori che ospitano produzioni di morte a diventare pedine inconsapevoli di scelte fatte altrove. Recenti studi hanno evidenziato che la tecnologia bellica non aiuta la crescita di quella civile, che viene anzi via via divorata e che a fronte di enormi profitti, non aumentano le unità lavorative stabili: il lavoro offerto, pur essendo la leva che fa nascere e tiene in vita le industrie belliche nei territori afflitti da grande disoccupazione o in trasformazione, è poco e precario, pur ben retribuito. 

 Tutte queste considerazioni e altre ancora che si possono fare relativamente alle fabbriche di armi, non sono state però all’origine della nostra azione. Ciò che ci ha mosso è stato un “sussulto etico”, una reazione proveniente dalla coscienza. Ma facciamo un passo indietro. 

Il nostro territorio, il Sulcis-Iglesiente, ricco di storia, cultura e paesaggi straordinari, è sede della RWM, una fabbrica di armamenti, controllata al 100% dalla Rehinmetall tedesca, un colosso del settore, che ha rilevato nel 2010 una fabbrica che produceva esplosivi per miniere. Con la crisi del settore, nonostante la forte opposizione del territorio, era stata riconvertita al bellico 

Nel 2017 un’inchiesta giornalistica del New York Times evidenziava come l’Italia fosse implicata nella guerra dello Yemen: una bomba, inequivocabilmente proveniente dalla RWM Italia e venduta all’Arabia Saudita, aveva ucciso in quel luogo.

Il nostro diritto al lavoro era in evidente contrasto con il diritto alla vita di altri popoli. La fraternità universale, a cui eravamo stati formati sin dall’adolescenza attraverso il Movimento dei Focolari, risultava profondamente ferita. Insieme ad altri amici, con i quali avevamo instaurato ottime relazioni nel tempo, a partire da provenienze culturali diverse, abbiamo deciso di reagire pubblicamente. Ci siamo resi conto dell’importanza della formazione remota, dell’avere ideali solidi, anche se maturati alla scuola di diversi maestri.

E’ nata una manifestazione che ha coinvolto tutte le fasce d’età, diverse associazioni del territorio o sezioni locali di organizzazioni nazionali e internazionali, pacifisti di lungo corso e persone che si avvicinavano al tema per la prima volta.   Dal palco abbiamo lanciato un appello ai lavoratori della RWM, invitandoli ad unirsi a noi per una ricerca di alternative competenti e sostanziate da ragioni etiche 

Diversi lavoratori e alcune famiglie, hanno evidenziato in privato il disagio che provano a dover lavorare per fabbricare morte, ma lo hanno fatto per interposta persona o per brevi messaggi.  Abbiamo raccolto anche aneddoti drammatici di persone che, in crisi di coscienza, hanno scelto di lasciare un’associazione cattolica, piuttosto che rinunciare al lavoro. Alcuni non dicono ai propri figli dove lavorano. Fino a quando?

La risposta ufficiale al nostro appello è avvenuta in una forma alquanto inusuale: su carta intestata dell’azienda, senza nessuna firma, tutti i un unico blocco i lavoratori (?) hanno comunicato

“Lavoriamo in questa azienda perché siamo convinti di contribuire, con la nostra professionalità e dedizione, a produrre sistemi di alta tecnologia e sicurezza, al servizio – in tutti i sensi lecito – della Difesa nazionale e internazionale, un comparto che occupa in Italia migliaia di lavoratori. È per noi motivo di orgoglio professionale far parte di questo settore che, a prescindere dalle ideologie e valori etici personali di ognuno di noi, rappresenta una eccellenza industriale nel nostro Paese” (3 AGOSTO 2017)

Occorrerebbe fare un’analisi puntuale del testo. Mi limito a sottolineare che sotto la parola difesa c’era ben altro. All’epoca percentuali bassissime erano destinate alla difesa nazionale. Ne è testimonianza la relazione allegata al bilancio che puntualmente studiamo. Evidenzio poi il passaggio di “prescindere dai valori etici personali”,  che non ha bisogno di commento

Ma torniamo in piazza in quel 7 maggio 2017. Sempre da quel palco abbiamo invitato le persone a presentarsi il giorno dopo per capire insieme cosa fare: 20, tra aggregazioni e singoli impegnati in importanti associazioni, hanno costituito   il “Comitato per la Riconversione della RWM” (Il nome intero è Comitato per la Riconversione della RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente”, un nome lungo per individuare la complessità del processo che intendevamo avviare e uno Statuto esile, per essere sempre aperti al dialogo)  dando vita ad un soggetto che ha connesso la reazione e messo insieme competenze e idealità a livello cittadino, regionale, nazionale in ambito economico, ambientale, etico, legale.  Dopo il primo impulso spontaneo occorreva studiare, avvalersi della competenza della rete.

Per ciascuno di questi aspetti abbiamo lavorato con esperti.  I percorsi precedentemente effettuati dalle varie componenti del Comitato sono stati messi a disposizione. Per esempio i soci locali di Fondazione Finanza Etica, poiché praticano l’azionariato critico, ci hanno dato la possibilità di interagire direttamente con la Rehimetall, portando le richieste del territorio alle varie Assemblee annuali.

Tra gli aspetti di cui il Comitato si è occupato, sostenuto da Economia Disarmata, c’è stata l’errata applicazione della Legge 185/90,  Abbiamo studiato la legge, anche con un gruppo coordinato dalla prof.ssa Adriana Cosseddu dell’Università di Sassari. L’impegno delle varie reti in un percorso che ci ha visti contattare Parlamentari di diversi schieramenti, ha portato il Governo Conte 2 alla revoca dell’autorizzazione all’export, rendendo praticamente invendibile circo l’80% della produzione

Si poteva prospettare una svolta: scelte politiche e sindacali locali lungimiranti avrebbero potuto studiare l’alternativa. Ma la reazione politica e sindacale locale è stata quella di difendere la fabbrica a tutti i costi e non il lavoro dei 98 lavoratori di allora, sottraendoli al ricatto occupazionale e mostrando, a mio avviso, una visione miope, localistica, di corto respiro e priva di coraggio civico.

Lì un nuovo sussulto etico: abbiamo un territorio intero da riconvertire, c’è una cultura economica da risanare. Cominciamo noi. E’ nato, col contributo della Chiesa Protestante del Baden, in Germania, su impulso dell’allora Pastora Battista del Sulcis-Iglesiente, Elizabeth Green, il  progetto cosiddetto “Pe.Co.Sa- Peace Riconversion Sardinia”. Ho detto prima che un filo di sangue ci lega alla Germania.  Ci lega anche un filo di pace, costruito insieme anche a Fondazione Finanza etica, con la collaborazione di diversi docenti di Economia e Sociologia dell’Università di Cagliari, che hanno validato i percorsi elaborati con dei giovani laureati o laureandi. Il progetto ha costituito la base teorica da cui è nata, nel 2021, la rete Warfree – liberu dae sa gherra,   

Abbiamo cominciando connettendo l’esistente: le piccole imprese locali che già vivono di pace, siamo andati a trovarle e abbiamo parlato del nostro progetto per il mondo, ricevendo le prime 20 adesioni. 

Cosa chiediamo ai soci di Warfree,  ?

Proponiamo di firmare un patto etico, fatto di 9 punti che comprendono il ripudio della guerra, il rispetto dei lavoratori e dell’ambiente, la necessità di crescere, di innovarsi, di interrogarsi sul proprio essere aziende di pace, entrando così in un percorso, misurato con uno strumento che abbiamo chiamato il Warfreemetro. All’auto-analisi segue l’impegno, che è un processo libero e aspetta i tempi possibili, ma non può non avvenire (ad esempio di ci interroga su dove faccia gli investimenti la propria Banca, quale energia si usa, come sia organizzata la filiera, la provenienza delle materie prime, uso del proprio lavoro e soprattutto quale beneficio ricada sul destinatario finale del proprio lavoro)     Chiediamo insomma di innalzare la qualità economica e umana del proprio percorso

Cosa non chiediamo?

Ai nostri soci non chiediamo per chi votano, in quale Dio credono e se credono, quali opinioni hanno su innumerevoli questioni scottanti di attualità. Ci unisce la ricerca quotidiana delle pace, ci concentriamo su quella, da qualunque angolazione la si guardi

Cosa offriamo?

Principalmente essere comunità, non sentirsi isolati e soli, poter mettere in comune difficoltà e cercare soluzioni. (es Una delle nostre aziende è stata boicottata sui social proprio perché Warfree e si è promosso l’acquisto solidale dei loro prodotti alla rete nazionale, oppure abbiamo sostenuto percorsi di formazione gratuiti di inglese per i nostri imprenditori di B&B, o altri corsi, ecc. Abbiamo accolto la richiesta di un consorzio aderente a Warfree che attraversava una fase difficile, pubblicizzandone gli acquisti e sostenuto, insieme ad altri, una bellissima impresa agricola biologica in difficoltà, con quote solidali di piccoli prestiti che in pochi giorni ha raggiunto l’obiettivo di mantenersi in vita.)

E’ stato creato un Market place per gli acquisti diretti dei produttori

Abbiamo istituito il cosiddetto “sportello agile”, una consulenza di esperti firmatari dello stesso patto etico delle aziende, disposti a recarsi nelle aziende per sostenerne la crescita

Offriamo un marchio europeo, unico al mondo, un bollino che gli imprenditori possono utilizzare sui loro prodotti ed è di per sè un portatore di pace

Abbiamo reso chiara la possibilità di dire che siamo un territorio di pace, identificarci con la pace, non con un’etichetta facilissima da mettere, ma con la fatica delle scelte quotidiane.

Ci dicono che siamo piccoli, che davanti agli sponsor della guerra, i nostri percorsi sono molto esili. E’ vero. Ma noi sentiamo di seguire un’utopia generativa. Cosa si è generato intorno a noi in questi anni?

-Siamo 120 soci  (tra aziende, professionisti, cittadini). Adesso abbiamo creato due associazioni distinte per poter seguire bene i bisogni delle aziende (Associazione di categoria) e l’esigenza di divulgare una cultura di pace nelle Scuole, nelle città, in tutte le circostanze possibili (Aps)

-diversi settori coinvolti (agricoltura, artigianato, lavorazione di prodotti agricoli, servizi, professionisti); 

-nella nostra sede abbiamo realizzato decine di eventi, corsi di aggiornamento per docenti, libri sulla pace,  offerto formazione per il “lavoro buono”, lavoro di pace  (es. come aprire un’ azienda domestica o un   B&B, come fare  turismo alternativo, come costruire in modo sostenibile, ecc.);

-abbiamo contribuito a diffondere l’idea che il nostro  è un territorio di pace che può dare un lavoro buono, costruttivo, rispettoso dei lavoratori e dell’ecosistema, ma anche di chi ne utilizza i prodotti. Il lavoro umano qualifica le persone, le colloca nella società con una destinazione non solo individuale. La nostra Costituzione nell’ articolo 4 sottolinea che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” precisando nell’articolo 41, che la libera iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.

-Interessante è stato il contatto con  i G.A.S. (gruppi d’acquisto solidale) del centro e nord Italia. La filosofia dei GAS è quella di supportare i produttori locali, ma a partire da Vicenza, si è innescato un processo di riflessione in cui le persone che fanno acquisti solidali, hanno scelto anche i nostri prodotti: attraverso un atto economico e politico quale l’acquisto, hanno voluto dire la loro adesione a percorsi di pace.  

-Abbiamo sostenuto la formazione di una rete di artisti “Warfree”, disposti a riflettere e a mettersi in gioco per la pace, anche nelle relazioni tra di loro. Tra di essi i partecipanti ad una Masterclass sulla realizzazione di mostre di arte contemporanea, che ha per oggetto proprio Warfree

-è stato avviato uno stretto dialogo con diversi docenti dell’Università di Cagliari da cui sta nascendo una collaborazione all’interno di un dottorato sulla pace che avrà nelle intenzioni dei promotori, sede ad Iglesias proprio come luogo simbolico della pace costruita dal basso.

-si è creato un solido legame col “Laboratorio permanente per la Riconversione”, di cui ha parlato Carlo, con  un obiettivo molto ambizioso “Una condivisione di conoscenze, prassi e competenze in grado di dare spazio e articolare una diversa proposta di politica economica e industriale capace di incidere sulle scelte strutturali del Paese”  

-Si è recentemente costituito un Comitato “Insieme per la pace disarmata” a cui hanno aderito 68 associazioni da tutta la Sardegna che hanno già realizzato un convegno e una manifestazione artistica il 29 giugno scorso. All’interno del Comitato è nata una proposta di educazione alla pace proposta a tutte le Scuole della Sardegna.

L’utopia che guida i nostri passi è vedere la nostra terra come un ponte di pace nel Mediterraneo, un esempio di pace e fraternità per il mondo, spinti dalla convinzione che tutto è connesso e che la pace, come la guerra, è una scelta tanto più necessaria oggi in cui l’umanità deve decidere se continuare ad esistere o autodistruggersi.