Costruire armi è un lavoro?

Per rispondere alla domanda che costituisce il titolo della presente brevissima relazione (“Costruire armi è lavoro?), faccio riferimento alla nostra esperienza di “Comitato per la Riconversione della RWM” e Associazione “Warfree-Liberu dae sa gherra”.

Cosa è la RWM? Una fabbrica d’armi che insiste sul territorio di Domusnovas-Iglesias, in un Sulcis-Iglesiente povero, con tantissime potenzialità di sviluppo 

La RWM, controllata al 100% dalla Rehinmetall tedesca, un colosso della produzione bellica, ha rilevato nel 2010 una fabbrica appartenuta alla SEI che per lungo tempo era stata ben inserita nel tessuto economico locale, con la produzione di esplosivi per miniere. Con la crisi del settore, nonostante la forte opposizione del territorio, Chiesa in testa, era stata riconvertita al bellico, per non perdere poco più di una trentina di posti di lavoro. 

Nel 2017 un’inchiesta giornalistica del New York Times, rimbalzata poi sulla stampa italiana, evidenziava come l’Italia fosse implicata nella guerra dello Yemen: una bomba, inequivocabilmente proveniente dalla RWM Italia e venduta all’Arabia Saudita, aveva ucciso in quel luogo.

Il nostro diritto al lavoro era in evidente contrasto con il diritto alla vita di altri popoli. La fraternità universale, a cui eravamo stati formati sin dall’adolescenza nella Chiesa, attraverso il Movimento dei Focolari, risultava profondamente ferita. In quel momento io ero tutor di formazione in una Scuola politica del MPPU (Movimento politico per l’Unità) ed avevamo organizzato con i ragazzi un Convegno di approfondimento sul tema. 

(Il Movimento Politico per l’Unità (MPPU) è una rete internazionale di politici, cittadini, diplomatici, funzionari impegnati a vari livelli, amministratori, accademici, ricercatori, giovani interessati ai temi della politica, di ispirazione e partiti diversi, laboratorio di lavoro politico comune tra quanti desiderano rispondere, a livello personale e collettivo, alle grandi questioni che attraversano oggi l’umanità, riconoscendo nella fraternità universale il contenuto e il metodo specifico del proprio impegno politico.

Nasce nel 1996 e si sviluppa in risposta alle crisi democratiche che attraversano molti Paesi. Oggi è costituito in Europa, nell’America Latina, in Africa, e si va costituendo in Asia, in Medio Oriente, in America del Nord.)

Avevamo quindi i fondamenti etici e le informazioni sufficienti a farci reagire, insieme ad altri amici, con i quali avevamo instaurato ottime relazioni nel tempo, a partire da provenienze culturali diverse.

E’ nata una manifestazione che ha coinvolto tutte le fasce d’età, diverse associazioni del territorio o sezioni locali di organizzazioni nazionali e internazionali, pacifisti di lungo corso e persone che si avvicinavano al tema per la prima volta.

Subito il tema del lavoro è stato il perno della questione. Da palco abbiamo lanciato un appello ai lavoratori, invitandoli ad unirsi a noi per una ricerca di alternative competenti e sostanziate da ragioni etiche 

Vorremmo raccogliere e condividere la fatica di quanti tra voi si interrogano e vorrebbero un cambiamento. Vorremmo parlare insieme a voi di alternative, di riconversione, di percorsi da praticare insieme nei tempi necessari. Pensiamo che avere nuove competenze o utilizzare diversamente quelle che voi possedete lavorando nella fabbrica, sia una risorsa da mettere in campo. Stiamo mettendo insieme, per lavorare sulla riconversione della fabbrica, un gruppo di riflessione e progettazione partecipativa costituito da imprenditori, progettisti, docenti universitari, giuristi, enti e associazioni ma è essenziale che ne facciano parte anche i rappresentanti dei lavoratori. 

[…]  siate con noi, perché noi siamo con voi e non faremo niente contro di voi, vittime di un sistema che, con la complicità delle istituzioni, ha lasciato, finora poche vie d’uscita.

Diversi lavoratori e alcune famiglie, hanno evidenziato in privato il disagio che provano a dover lavorare per fabbricare morte, ma lo hanno fatto per interposta persona, per brevi messaggi, oppure abbiamo raccolto aneddoti drammatici di persone che, in crisi di coscienza, hanno scelto di lasciare un’associazione cattolica, piuttosto che rinunciare al lavoro. Alcuni non dicono ai propri figli dove lavorano. Fino a quando?

La risposta “ufficiale” è avvenuta in una forma alquanto inusuale, qualche tempo dopo: su carta intestata dell’azienda, senza nessuna firma, “tutti i lavoratori RWM” in un unico blocco

“Lavoriamo in questa azienda perché siamo convinti di contribuire, con la nostra professionalità e dedizione, a produrre sistemi di alta tecnologia e sicurezza, al servizio – in tutti i sensi lecito – della Difesa nazionale e internazionale, un comparto che occupa in Italia migliaia di lavoratori. È per noi motivo di orgoglio professionale far parte di questo settore che, a prescindere dalle ideologie e valori etici personali di ognuno di noi, rappresenta una eccellenza industriale nel nostro Paese” (3 AGOSTO 2017)

Occorrerebbe fare un’analisi puntuale del testo, oltre che del contesto. Ci limitiamo a sottolineare che sotto la parola difesa c’era ben altro. All’epoca percentuali bassissime erano destinate alla difesa nazionale, mentre la maggior parte della produzione era destinata al MENA (Medio Oriente Nord Africa). Evidenziamo poi il fatto che si possa prescindere dai valori etici, un concetto ripetuto da vari soggetti anche sulla stampa locale.

Le sociologhe Pruna e Perra, dell’Università di Cagliari, hanno evidenziato che “l’azienda si è confrontata con sindacati orientati a una strategia marcatamente difensiva (Baglioni, 2008), connotata da forti tratti cooperativi nell’ambito delle relazioni aziendali. Tale condizione […] limita l’affermazione di una cultura del lavoro e di una politica sindacale che sviluppi, anche trai lavoratori, maggiori consapevolezze rispetto al valore del lavoro in produzioni che hanno criticità riconosciute anche nel sindacalismo internazionale” (Anno LVII, 2023, 2 Economia & Lavoro. Saggi, pp. 83-99 CONFLITTO POLITICO E VALORE DEL LAVORO. IL CASO RWM ITALIA (RHEINMETALL AG) di Maria Letizia Pruna, Margherita Sabrina Perra)

Ma torniamo in piazza, in quel 7 maggio 2017. Sempre da quel palco abbiamo invitato le persone a presentarsi il giorno dopo per capire insieme cosa fare: 20, tra aggregazioni e singoli impegnati in importanti associazioni, hanno costituito   il “Comitato per la Riconversione della RWM” (Il nome intero è Comitato per la Riconversione della RWM per la pace, il lavoro sostenibile, la riconversione dell’industria bellica, il disarmo, la partecipazione civica a processi di cambiamento, la valorizzazione del patrimonio ambientale e sociale del Sulcis-Iglesiente”, un nome lungo per individuare la complessità del processo che intendevamo avviare e uno Statuto esile, per essere sempre aperti al dialogo)  dando vita ad un soggetto che ha connesso la reazione e messo insieme competenze e idealità a livello cittadino, regionale, nazionale in ambito economico, ambientale, etico, legale.  

Per ciascuno di questi aspetti abbiamo lavorato con esperti in rete. I percorsi precedentemente effettuati dalle varie componenti sono stati messi a disposizione. Tra i tantissimi contributi dati ricordiamo per esempio che i soci locali di Fondazione Finanza Etica ci hanno dato la possibilità di interagire direttamente con la Reihmetall. Praticando l’azionariato critico hanno potuto portare le richieste del territorio alle varie Assemblee annuali; il gruppo di studio “Economia Disarmata” del Movimento dei Focolari a messo a disposizione la propria rete che ha fatto conoscere la nostra esperienza in molte realtà nazionali e proposto un “Laboratorio permanente per la Riconversione”, con  un obiettivo molto ambizioso “Una condivisione di conoscenze, prassi e competenze in grado di dare spazio e articolare una diversa proposta di politica economica e industriale capace di incidere sulle scelte strutturali del Paese” . (Laboratorio permanente di riconversione economica per una politica industriale di pace promosso, assieme a Rete italiana pace e disarmo da Centro studi Sereno Regis Torino, Economia Disarmata Focolari Italia, Comitato riconversione Rwm e Rete War Free, Pastorale Sociale Piemonte e Valle d’Aosta, Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, Centro Studi Pax Christi, The Weapon Watch – Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo, Fondazione Finanza Etica, Rete italiana Pace e Disarmo.)

Tra gli aspetti di cui il Comitato si è occupato, c’è stata l’errata applicazione della Legge 185/90, una legge scaturita dal basso che  vieta l’export di armamenti verso Paesi in guerra o in aperta violazione dei diritti umani e la RWM esportava una grossa fetta della propria produzione verso l’Arabia Saudita. L’impegno delle varie reti ha portato il Governo Conte 2 alla revoca dell’autorizzazione all’export.

Nota: Ventimila bombe erano state autorizzate a partire da Domusnovas nel dispregio di tale Legge e, poiché le autorizzazioni erano un po’ sul filo della legalità, si cercava di accelerare la consegna, ingrandendo i capannoni e facendo una richiesta di un campo prove, dove testare la produzione. Un lavoro complesso, lungo, fatto di studio, incontri, tentativi di dialogo con le istituzioni ha portato la rete di cui facevamo parte, ad arrivare fino a diversi parlamentari che hanno portato delle mozioni votate all’unanimità grazie alle quali si è avuta una sospensione dell’autorizzazione, tradotta in revoca definitiva dal Governo Conte 2. Con l’applicazione della Legge 185/90 diventava chiaro che la fabbrica viveva grazie alla produzione verso l’Arabia Saudita, dato che è andata in crisi, con minacce di licenziamento e mancata assunzione che ha avuto ripercussioni sulla stampa e su tutto il territorio.

 Lì si poteva prospettare una svolta: scelte politiche e sindacali locali lungimiranti avrebbero potuto studiare l’alternativa per i meno di 100 lavoratori stabili in azienda e definire il territorio come un territorio di pace. Ma la reazione politica e sindacale locale è stata quella di difendere la fabbrica a tutti i costi e non il lavoro in sè, come ci saremmo aspettati. Lì un nuovo sussulto etico: abbiamo un territorio intero da riconvertire, nella consapevolezza di quanto ripetuto più volte da Papa Francesco, che le fabbriche di armi sono tra le cause della guerra, non una conseguenza. È nato, col contributo della Chiesa Protestante del Baden, in Germania, Fondazione Finanza Etica, la collaborazione di diversi docenti di economia e sociologia dell’Università di Cagliari, Warfree, liberu dae sa gherra, che attualmente comprende 120 persone tra cittadini, imprenditori, professionisti, tutti lavoratori a diverso livello, che firmano una carta etica con al primo posto il ripudio della guerra. Entrano in un percorso di discernimento, attraverso vari elementi, tra cui quello che noi chiamiamo il Warfreemetro, che porta ad analizzare quanto il ripudio della guerra e il rispetto del lavoro umano sia presente nella vita lavorativa quotidiana e conduce a porsi nel tempo obiettivi di miglioramento. Abbiamo creato un marchio europeo da usare sui prodotti e servizi. Non approfondisco in questa sede, ma abbiamo un canale Youtube e un sito di riferimento. (www.warfree.net)

Ripartiamo, quindi dalla domanda iniziale. Costruire armi è lavoro? 

Più che una risposta, aggiungerei una domanda: quale lavoro?

Non quello delineato dalla Costituzione, che offre in vari articoli un quadro complesso e profondo del lavoro umano. (In particolare la nostra Costituzione nell’articolo 4 sottolinea che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» precisando nell’articolo 41, che la libera iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana».)

Non quello indicato dalla Settimana Sociale dei Cattolici italiani tenutasi a Cagliari nel  2017, che lo hanno aggettivato come “libero, creativo, solidale e partecipativo”.

A questo proposito ricordiamo la mozione con 50 firmatari, nata in quel contesto, in cui si sottolineava come il Premier Gentiloni, di passaggio al convegno, stesse andando proprio in Arabia Saudita. Tra il resto si legge “Il lavoro di progettazione, di produzione di vendita e anche di supporto logistico delle armi e in particolare delle bombe d’aereo prodotte in Sardegna, a pochi chilometri dalla sede del convegno e vendute proprio ai sauditi che il premier incontrerà nei prossimi giorni, non è un lavoro libero, anzi viene nascosto. Non è per niente creativo, lontano da chi ne intasca i profitti e indifferente verso chi ne subisce gli effetti. E’ un lavoro che non può essere partecipativo ma può essere scaricato facilmente sui territori più poveri e ricattabili. Ed è un lavoro violento, di una violenza inaudita, ingiusta e distruttiva anche delle relazioni civili. Quanto di più distante da tutto ciò che si può definire solidale … quanto di più lontano dal dettato costituzionale dell’art. 11 e dagli impegni necessari per la salvaguardia della repubblica e della democrazia.

Non quello delineato da un prezioso documento dei Vescovi Sardi del 2019  (allegato)

Ma dobbiamo anche chiederci: quanto lavoro?

A questa domanda non abbiamo tempo di rispondere adesso, ma possiamo dire sinteticamente: poco, pochissimo. E precario.

Dagli ultimi dati disponibili, quelli del 2023 (fino a ieri non era presente presso la Camera di Commercio di Brescia, il bilancio e relativa relazione di RWM ITALIA riferita al 2024, che deve essere resa pubblica entro giugno 2025) sappiamo che ci sono102 lavoratori stabili e 254 interinali. La Provincia del Sulcis-Iglesiente conta 150.000 abitanti e almeno 20.000 disoccupati.

Nel 2023, anno d’oro per RWM che è passata ad essere la seconda esportatrice dopo Leonardo (prima era al decimo posto), e ha incrementato la fetta di mercato passando dall’1,19 al 12,88%, la situazione lavorativa è la seguente: a Domusnovas c’è stata l’assunzione di 4 lavoratori stabili e 110 interinali: situazione che chiarisce bene il rapporto profitto/lavoro nelle industrie belliche, come ormai assodato, grazie a tantissimi studi a riguardo (Caruso, Alioti, ecc).

Contributo per seminario promosso dal 19 al 21 giugno 2025 a Cagliari dall’Ufficio della Pastorale sociale del lavoro della Conferenza episcopale italiana