Svaluto Ferro: Il realismo della pace nel caso Torino

articolo pubblicato su cittanuova.it

Come e perché la diocesi del capoluogo piemontese si propone come luogo per affrontare la questione centrale del futuro di un territorio investito dal dilemma tra transizione ecologica ed economia di guerra: «eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?»

di Alessandro Svaluto Ferro*

*direttore Ufficio della pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Torino 

La domanda posta dal cardinale Roberto Repole nel messaggio del Primo Maggio ( «eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?») rimette al centro una questione che non può più essere rimandata, né dentro la Chiesa né nel dibattito pubblico: il rapporto tra pace e lavoro.

È un nodo decisivo, tanto più per un territorio che da anni fatica a darsi una strategia di sviluppo locale davvero all’altezza delle proprie sfide.

Torino, forse anche per il suo tratto sabaudo, sembra essersi troppo spesso abituata a subire in silenzio processi e decisioni che ne logorano, poco alla volta, il tessuto produttivo ed economico.

In questa breve riflessione intendo riprendere alcuni passaggi del messaggio che meritano di essere rilanciati, a partire dalla proposta conclusiva del vescovo: fare dello spazio ecclesiale un luogo reale di approfondimento e confronto condiviso sullo sviluppo dell’industria e sul futuro del territorio torinese.

Ma perché questo confronto sia vero, e non soltanto formale, occorre anzitutto liberarlo dai pregiudizi reciproci: il dialogo esiste davvero solo quando anche posizioni lontane sanno riconoscersi e rispettarsi, senza cedere alla scorciatoia dell’accusa o al riduzionismo delle etichette pregiudiziali.

Il valore autentico della democrazia non consiste solo nel decidere, in modo civile e pacifico, chi prevale in un’elezione o in un dibattito, ma nel creare spazi reali di confronto, maturazione e crescita nei luoghi in cui si formano le decisioni. La democrazia, come ci ha insegnato J. Rawls, è l’esercizio della “ragione pubblica”.

La pace, prima di tutto

C’è, a ben vedere, un’inquietudine profonda che attraversa l’intero messaggio del vescovo: fare della pace — intesa come convivenza pacifica tra le persone all’interno di una società e tra i popoli nello scenario internazionale — un obiettivo realistico e non una semplice aspirazione. È questo, anzitutto, il terreno della riflessione proposto dal card. Repole: un messaggio che affonda le proprie radici nella proposta evangelica e in un rispetto radicale per la vita umana, che non può essere sacrificata a un contesto mondiale sempre più segnato dalla logica della guerra permanente e come destino ineluttabile.

Alle parole di morte e al carico di sofferenza che i leader mondiali continuano ad alimentare ogni giorno occorre opporre, con fermezza, parole, segni e scelte capaci di riaffermare il primato della pace.

La pace non è un’illusione retorica, né un traguardo ingenuo: è un compito storico, da cercare, costruire e custodire soprattutto quando viene ferita nelle sue fondamenta. Proprio per questo non possiamo rassegnarci all’idea che essa sia un orizzonte remoto o impraticabile.

Alla fede cristiana spetta il compito di testimoniare uno sguardo altro, capace di smentire la convinzione, sempre più insinuante, secondo cui la guerra sarebbe un destino inevitabile della storia umana. In questa direzione si colloca anche il cammino compiuto dalla Chiesa cattolica, che ha progressivamente oltrepassato la categoria della guerra giusta: oggi la questione decisiva non è più domandarsi quando la guerra possa dirsi legittima, ma come rendere concreta la costruzione della pace, come ricorda anche la nota pastorale della Cei, “Educare a una pace disarmata e disarmante”, pubblicata nel dicembre 2025.

In questi giorni, una delle obiezioni più ricorrenti — anche, e talvolta soprattutto, dentro la comunità cristiana — sostiene che il messaggio evangelico appartenga a un ordine ideale, mentre la realtà in cui viviamo obbedirebbe ad altre logiche.

È un modo, più o meno esplicito, per affermare che il Vangelo e la storia procedano su binari separati. Dentro un contesto sempre più segnato dai conflitti, il riarmo viene così presentato come l’unica scelta razionale, mentre la logica evangelica, pur nobile nelle intenzioni, sarebbe priva di efficacia sul piano concreto.

Eppure, è vero il contrario. Proprio perché immersi nella realtà, e non estranei ad essa, i cristiani — alla luce del mistero dell’Incarnazione — sono chiamati a spendersi per una pace disarmante, affinché l’esistenza umana non venga colonizzata dalla ferocia e dalla violenza che ogni guerra sprigiona, soprattutto contro le fasce più fragili della popolazione.

Come potremmo abituarci all’idea che sia umano assistere alla morte di persone travolte dalla potenza distruttiva di guerre sempre più sofisticate sul piano tecnologico e sempre più spietate verso i civili inermi — donne, bambini, anziani? È davvero irreale, o addirittura ingenuo, difendere l’inviolabilità della persona umana? Non si tratta soltanto di un principio teologico proprio della fede cristiana, ma anche di un riferimento fondamentale della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (1950).

Questa lettura della posizione della comunità cristiana sui conflitti, oltre a essere riduttiva, rischia di deformarne profondamente il senso. Proprio la realtà che abbiamo davanti agli occhi ci chiede con urgenza di assumere uno sguardo diverso. Possiamo davvero abituarci alla guerra in Ucraina, alla morte quotidiana dei civili, al dramma che continua a travolgere la popolazione di Gaza, alla destabilizzazione del Medio Oriente e al pericolo di nuovi fronti, come quello che coinvolge l’Iran?

In questo orizzonte mi ha colpito la testimonianza di Alessandra Morelli, intervenuta al Seminario Nazionale di PSL di Brindisi nel febbraio 2026, dedicato ai temi della pace: un intervento nato non dalle astrazioni, ma dal contatto diretto con la ferita concreta dei conflitti, per provare a seminare uno sguardo nuovo.

Richiamando una trattativa avvenuta nelle zone di guerra dell’ex Jugoslavia, Morelli ha raccontato che il negoziato con le milizie occupanti, volto a evitare un’ulteriore carneficina di civili inermi — soprattutto donne, bambini e anziani — si sbloccò quando l’alta funzionaria dell’UNHCR richiamò con forza il rischio reale di provocare un nuovo massacro.

Quando la realtà si impone, come ci ha insegnato papa Francesco, cadono le idee astratte, i rancori, i nominalismi, le vendette e la volontà di prevalere sugli altri, soprattutto quando gli altri appaiono per ciò che sono davvero: persone indifese. Per questo l’anelito della pace non è un sentimento romantico o una parola consolatoria: è una realtà viva che, per i cristiani, nasce dal Vangelo quando incontra le ferite e la speranza della storia umana.

Possiamo davvero liquidare come ingenue o irrilevanti le parole e le testimonianze di figure come Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello e don Primo Mazzolari, così ampiamente riconosciute per il loro valore?

Come ha ricordato papa Leone XIV durante il suo primo viaggio in Camerun, la pace non è una parola da ripetere né uno slogan da esibire: è una realtà viva, concreta, che tocca la storia e il destino dei popoli. Per questo non nasce dalla paura, dalle minacce o dall’accumulo di armi, ma da scelte coraggiose capaci di far crescere la fiducia reciproca, sostenere lo sviluppo e dare spazio alla giustizia.

In questo senso, la riflessione cristiana sulla pace non è un sogno lontano o ingenuo, ma uno sguardo profondamente umano e realistico, che invita a credere che nei rapporti tra persone, popoli e istituzioni non debba essere la forza ad avere l’ultima parola.

Non di sola difesa vivrà l’uomo

Si tratta di un messaggio di forte ispirazione evangelica, ma al tempo stesso pienamente misurato con le condizioni del presente, che invita a sottoporre a vaglio critico l’assunto, oggi largamente dominante, secondo cui il riarmo costituirebbe una necessità ineludibile per garantire la difesa e la sicurezza, sul piano nazionale come su quello europeo.

Il cardinale Repole non ignora, in linea di principio, le ragioni di una difesa proporzionata; sollecita però una domanda più radicale: se le risorse destinate all’espansione dell’industria militare non abbiano ormai oltrepassato la soglia di quanto possa dirsi strettamente necessario.

In tale prospettiva si colloca anche l’interrogativo sul significato stesso di ReArm Europe: la formula sembra evocare, più che una autentica difesa comune europea, un rafforzamento degli arsenali nazionali, laddove una vera politica comune di difesa potrebbe invece rappresentare uno dei passaggi decisivi verso una più matura integrazione federale dell’Unione.

Questi rilievi appartengono, in parte, a un piano più propriamente tecnico. Ciò che qui preme mettere a fuoco è tuttavia la questione preliminare, quella che precede ogni discussione di ordine strategico e che il messaggio di mons. Repole richiama con particolare nettezza: la pace può essere pensata esclusivamente nei termini della difesa, o addirittura della deterrenza?

Una simile impostazione assume, implicitamente, una concezione antropologica segnata dall’idea che l’essere umano sia strutturalmente orientato all’offesa e che i rapporti tra i popoli siano destinati a iscriversi in una condizione permanente di inimicizia. In tale cornice, l’armamento reciproco finisce per apparire come l’unica razionalità possibile.

Ma proprio qui si manifesta l’aporia di questa logica: essa alimenta indefinitamente la dinamica del riarmo, senza per questo generare le condizioni sostanziali della pace. Anzi, rischia di innescare un circolo vizioso senza via d’uscita: se la guerra viene considerata inevitabile nel breve o medio periodo, allora il riarmo finisce per apparire l’unica risposta possibile di fronte a un nemico percepito come sempre più minaccioso.

La pace, infatti, nella proposta cristiana, non può essere intesa soltanto in termini negativi, come mera assenza di guerra o come equilibrio precario garantito dalla deterrenza. Essa rinvia, piuttosto, a una realtà positiva e istituzionalmente esigente, fondata sulla fiducia, sulla qualità delle relazioni, sull’amicizia sociale e sulla fraternità.

In questa prospettiva si comprendono il ruolo del diritto, anche internazionale, con i suoi dispositivi di accordo, mediazione e patto, così come quello della cooperazione concreta tra soggetti in conflitto.

L’umanità non può vivere di sola difesa: ha bisogno di un orizzonte politico e morale capace di sottrarre il rapporto con l’altro alla categoria del nemico, per restituirlo a quella dell’interlocutore con cui costruire legami, responsabilità condivise e forme di collaborazione.

Per questo ritengo il ruolo della politica assolutamente strategico: non solo per il suo valore intrinseco, ma soprattutto per la sua capacità di attivare le leve necessarie alla costruzione della pace in un contesto democratico. Come ha ben mostrato Norberto Bobbio, la democrazia è una garanzia di pace perpetua. Ho cercato di approfondire queste riflessioni in un saggio dedicato proprio al rapporto tra pace e democrazia oggi.

Accanto ai presupposti teologici ed etici della riflessione cristiana, vi è poi la forza dei dati di realtà. Possiamo davvero continuare a parlare semplicemente di “difesa”? E in quale misura armamenti come i sistemi aerei da combattimento possono essere qualificati come strumenti puramente difensivi?

Si potrebbe osservare che tutto dipende dall’uso che se ne fa. L’obiezione è pertinente, ma non risolutiva: una volta innescato, il conflitto eccede sempre le intenzioni originarie e sfugge strutturalmente a ogni piena governabilità.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento: numerosi dati mostrano come una quota significativa della spesa classificata sotto la voce “difesa” sia connessa anche all’esportazione di armamenti verso Paesi già coinvolti in scenari bellici, e non soltanto al sostegno della martoriata Ucraina.

Sul tema della legittima difesa, peraltro, la Nota pastorale della CEI si esprime molto chiaramente, ricordando con particolare attenzione anche le riflessioni derivanti dal Catechismo della Chiesa Cattolica. Tale testo, infatti, parla di «strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare» (n.2309), rivedendo profondamente i criteri legati alla teoria della guerra giusta. La riflessione morale, infatti, ricorda che l’uso della violenza a scopo difensivo può dirsi legittimo solo in presenza di un’aggressione in atto, quando si sia tentata ogni altra via per arrestarla e quando vi sia proporzionalità tra i beni da difendere e il danno arrecato: condizioni esigenti, raramente soddisfatte dai conflitti in atto.

I dati richiamati dal Sole 24 Ore e da diversi centri di ricerca risultano, sotto questo profilo, particolarmente significativi: nel quinquennio 2021-2025 l’export di armamenti è cresciuto di oltre il 150% rispetto al periodo 2016-2021, e più del 50% delle esportazioni è stato assorbito dal Medio Oriente.

Inoltre, l’Italia è passata dal decimo al sesto posto tra i maggiori esportatori mondiali, a conferma del fatto che una parte rilevante della produzione non è destinata soltanto alla difesa interna.

Un simile andamento conferma quanto la produzione economica tenda a orientarsi secondo logiche di mercato, convogliando investimenti nei settori in cui si aprono margini di redditività.

Le economie di guerra, in tale quadro, non costituiscono un’eccezione, ma possono anzi produrre profitti rilevanti, spesso concentrati nelle mani di un numero ristretto di grandi operatori.

Un ulteriore punto merita di essere sottoposto a esame critico: la retorica del dual use, secondo cui le tecnologie sviluppate in ambito militare produrrebbero, in un secondo momento, benefici trasferibili anche al settore civile.

In passato tale argomento è stato frequentemente evocato, ad esempio in relazione ad alcune innovazioni informatiche. Oggi, tuttavia, il processo appare spesso rovesciato: non di rado sono tecnologie nate in ambito civile a venire riadattate a finalità militari, come mostra in modo emblematico il crescente impiego dell’intelligenza artificiale nei conflitti contemporanei.

Resta allora una questione di fondo, che non può essere elusa: anche qualora il dual use producesse effettivamente ricadute positive, per quale ragione si dovrebbe ritenere accettabile che il progresso tecnologico transiti preliminarmente attraverso la sperimentazione bellica, con il suo carico di sofferenza, devastazione e morte?

È difficile non riconoscere, in una simile impostazione, un criterio profondamente problematico, nel quale il vantaggio di alcuni finisce per poggiare sulla violenza inflitta ad altri.

Il valore del lavoro nella dottrina sociale della Chiesa

Che i potenziali conflitti possano essere trasformati in occasioni di dialogo, mediazione e ricomposizione non appartiene all’ordine dell’utopia, ma a quello della storia. Lo mostra in modo emblematico la stessa genesi del processo di integrazione europea. L’Europa non è nata soltanto dalle macerie della Seconda guerra mondiale, ma anche dalla decisione politica di dare forma a una cooperazione concreta attraverso la CECA, con cui Francia e Germania — per lungo tempo potenze rivali — scelsero di porre sotto un’autorità sovranazionale la produzione del carbone e dell’acciaio, vale a dire precisamente le risorse che erano state al centro dei loro precedenti conflitti.

Non prevalse, allora, una logica punitiva, bensì un orientamento alla ricostruzione condivisa, all’accordo e alla concordia. La vicenda dell’integrazione europea mostra così che anche l’economia può essere ordinata al servizio della pace.

Non si tratta di una aspirazione generica, ma di una possibilità storicamente verificata. Non a caso, il magistero sociale della Chiesa ha più volte ricordato che lo sviluppo integrale costituisce l’altro nome della pace.

In questo orizzonte si comprendono anche le celebri parole pronunciate da Bob Kennedy nel marzo del 1968, all’Università del Kansas, dedicate alla natura dell’economia e ai limiti dei suoi principali indicatori quantitativi, a cominciare dal PIL.

«Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».

Il richiamo a questo passaggio non è casuale, perché esso intercetta direttamente anche la questione degli armamenti. È indubbio che l’industria militare contribuisca ad accrescere il valore complessivo della produzione; ciò che resta decisivo, tuttavia, è l’interrogativo sul fine di quella produzione. Si può davvero identificare la crescita con una forma autentica di ricchezza?

Quel discorso di Robert Kennedy si inscriveva, del resto, in una riflessione più ampia sul ruolo degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, le cui conseguenze storiche restano tra le più drammatiche del secondo Novecento. In quel contesto, Kennedy richiamava l’urgenza di aprire negoziati seri come unica via ragionevole per uscire dal conflitto.

Il messaggio del card. Repole individua qui un punto di particolare rilievo: economia e lavoro sono ordinati al bene comune e alla pace, oppure rischiano di essere nuovamente assorbiti entro le logiche della guerra?

È possibile immaginare, anche per il territorio torinese, un modello di sviluppo capace di sottrarsi alla tentazione delle scorciatoie soltanto perché appaiono più immediate o più redditizie? Su questo punto occorre essere netti: non vi è alcun giudizio nei confronti di chi opera in questi settori produttivi.

Al contrario, sarebbe necessario aprire un confronto serio, libero da pregiudizi, con quanti vi lavorano ogni giorno. Nessuno chiede una chiusura semplicistica delle aziende; ciò che viene richiesto è piuttosto un’assunzione di responsabilità critica, soprattutto da parte di chi esercita funzioni decisionali, pubbliche e private.

Che l’economia possa essere effettivamente posta al servizio del bene comune non è una formula di principio, ma una realtà già visibile in molte esperienze imprenditoriali. Lo testimoniano numerose imprenditrici e numerosi imprenditori che, nella cooperazione, nell’agricoltura, nel settore metalmeccanico e in molti altri ambiti, operano ogni giorno con serietà per generare non soltanto valore economico, ma anche valore sociale.

Non mancano, infatti, imprese che, nei fatti, prendono le distanze dalla logica della guerra e si orientano invece verso quella della concordia. In questa prospettiva, e in continuità con l’invito al dialogo rilanciato dall’arcivescovo, la pastorale sociale e del lavoro può configurarsi come uno spazio capace di riconoscere, dare voce e rendere visibili quelle realtà economiche che, anziché produrre scarti, mettono in circolo ricchezza, legami, responsabilità e impatto sociale.

Affinché il lavoro possa esprimere fino in fondo il suo significato più proprio, occorre considerare non soltanto ciò che esso produce, ma anche la destinazione di ciò che produce. È questo il cosiddetto valore oggettivo del lavoro, richiamato dalla dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Laborem Exercens di san Giovanni Paolo II.

Non possiamo valutare la bontà di un’attività economica limitandoci alla sua dimensione quantitativa, cioè all’occupazione che essa genera, e trascurando invece quella qualitativa: quale lavoro offre, in quali condizioni e in vista di quali fini.

Non è possibile ragionare per compartimenti stagni, ma assumere uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme lavoro, responsabilità sociale, qualità della produzione e destino umano dei beni che vengono immessi nella vita collettiva, secondo quella prospettiva del bene comune nella quale il lavoro si rivela sempre anche come compito morale e responsabilità verso gli altri.

In questo contesto si inserisce il percorso avviato da alcune settimane con le Unità pastorali, la Consulta delle aggregazioni laicali e le realtà laiche già impegnate sui temi della pace, per chiederci come oggi sia possibile fare in modo che “ogni comunità diventi casa della pace”.

L’itinerario si propone di:

•     comprendere e analizzare ciò che sta accadendo nel nostro territorio sul piano economico;

•     promuovere, a settembre 2026, un seminario interdiocesano tra Torino e Susa, intitolato “Se vuoi la pace, prepara la pace”, con laboratori dedicati a quattro temi: disarmo (economia e lavoro), pratiche di giustizia riparativa, educazione alla pace e promozione della democrazia come forma politica al servizio della pace internazionale.