Valore del lavoro e questione etica in una periferia industriale. Contributo di Maria Letizia Pruna

Saggio prodotto per il Laboratorio permanente di riconversione economica per una politica industriale di pace da Maria Letizia Pruna ( (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università di Cagliari)

Il Sulcis-Iglesiente2 è un’area di antica industrializzazione, è l’unico territorio della Sardegna in cui si è sviluppata e radicata una tradizione industriale (quella della grande industria, prima mineraria poi metallurgica), una classe operaia e una cultura sindacale. La sua storia industriale è iniziata nella seconda metà dell’Ottocento con le miniere metallifere, è proseguita nella prima metà del Novecento con lo sfruttamento di un bacino carbonifero al centro del quale è stata edificata Carbonia, città operaia inaugurata nel 1938. Il processo di industrializzazione del Sulcis-Iglesiente è stato scandito da diversi passaggi: alle società minerarie continentali e d’oltralpe sono subentrate nel secondo dopoguerra le aziende delle partecipazioni statali, che negli anni Novanta hanno ceduto gli impianti industriali alle grandi multinazionali; all’immigrazione operaia dalle regioni povere del nord-est, nella breve epopea del carbone (conclusa negli anni Sessanta), è seguita l’emigrazione inarrestabile di giovani e adulti in cerca di lavoro che ha portato ad un grave impoverimento socio- demografico del territorio.

Il cuore produttivo del Sulcis-Iglesiente è il polo industriale di Portovesme3, che per tre decenni è stato una delle principali aree industriali della regione e del Paese. È stato avviato tra il 1969 e il 1972 con l’intervento delle partecipazioni statali nel quadro delle politiche di industrializzazione e modernizzazione del Mezzogiorno, e in attuazione del Piano di Rinascita della Sardegna approvato nel 1962.4 La nascita del polo industriale di Portovesme ha segnato la transizione produttiva del Sulcis-Iglesiente dall’industria mineraria all’industria metallurgica, con il progressivo abbandono delle miniere diventate anti-economiche ma che per un secolo avevano rappresentato, tra alterne vicende, la monocultura industriale del territorio e la principale fonte di lavoro e di reddito (e di identità professionale e collettiva) di molte comunità. Oggi che si discute su come affrontare la transizione giusta promossa dal Green Deal Europeo e finanziata – nel Sulcis e a Taranto – dal Just Transition Fund, non si può non ricordare che la prima transizione produttiva e socio-economica del territorio, anch’essa determinante e inevitabile, è stata quella che ha sancito l’abbandono dell’industria mineraria, con il conseguente declino delle comunità e delle professionalità che si erano formate con le miniere, e la nascita a Portovesme del polo integrato dell’alluminio e degli impianti per la produzione di piombo e zinco. La transizione non è stata indolore – nessuna transizione può esserlo – soprattutto per le comunità dell’Iglesiente (il territorio di più antica tradizione mineraria) e per i lavoratori che erano ancora occupati nelle miniere (ciò che restava dell’avanguardia operaia sarda), che infatti hanno opposto resistenza all’abbandono delle attività minerarie e del sistema economico e sociale edificato attorno ad esse. E tuttavia la transizione è avvenuta, sono stati trovati strumenti e risorse per ammortizzare i costi sociali della perdita dei posti di lavoro e avviare nuove iniziative5, è stata affrontata una fase di declino del territorio, e si è aperta una nuova prospettiva di sviluppo industriale, carica (forse sovraccarica) di aspettative economiche e occupazionali.

La promessa dello sviluppo e il declino industriale. La promessa dello sviluppo attraverso le grandi industrie è stata mantenuta solo in parte e per poco tempo6. Dopo la liquidazione di EFIM nel 1992, le aziende delle partecipazioni statali del polo industriale di Portovesme sono state cedute alle multinazionali, a partire dall’intero comparto dell’alluminio gestito da Alumix, ristrutturato e ceduto nel 1996 ad Alcoa Inc. (Aluminum Company of America) sotto forma di trasferimento di azienda. Eurallumina S.p.A., fondata nel 1968 da un consorzio di grandi imprese guidato dalla società italiana Alsar (gruppo EFIM) per avviare un impianto per la produzione di allumina da bauxiti australiane, è stata acquisita dalla società australiana Comalco Aluminium Company (Comalco), quindi è passata al gruppo anglo-australiano Rio Tinto, e dal 2006 è interamente controllata dal gruppo russo Rusal, il più grande produttore mondiale di alluminio dopo la Cina. Portovesme S.r.l., società costituita nel 1999 con l’acquisizione da Nuova Samim (gruppo ENI) di due stabilimenti per la fusione e la raffinazione di piombo e zinco, è controllata dalla multinazionale anglo-svizzera Glencore. Ciò che resta oggi delle industrie che avevano creato alcune migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti (nel 1980 erano circa 6.000, nel 2012 erano scesi a poco più di 3.500), e che con gli appalti di servizi e manutenzioni avevano alimentato un sistema di piccole e medie imprese, è interamente controllato da multinazionali. I grandi gruppi mondiali dell’alluminio, che operano in un regime di stretto oligopolio – si spartiscono tutta la materia prima disponibile nel pianeta – sono passati da Portovesme: hanno preso finanziamenti pubblici e agevolazioni, creato profitti, occupazione, reddito, inquinamento, cassaintegrazione, e uno dopo l’altro se ne sono andati, cancellando ad ogni chiusura centinaia di posti di lavoro e lasciando agli ammortizzatori sociali di garantire un reddito alle famiglie (insufficiente e decrescente), mentre la disoccupazione cresceva. Solo Portovesme S.r.l. è ancora parzialmente attiva, mentre Eurallumina è ferma dal 2009 e Alcoa ha chiuso lo stabilimento nel 2012, decretando una crisi quasi certamente irreversibile del polo sardo (e nazionale) dell’alluminio e dell’intera area industriale del Sulcis. La crisi del polo industriale è scandita dalle vicende delle tre grandi industrie di Portovesme, oltre che da quelle della centrale termoelettrica a carbone di Enel attiva dal 1963 e della miniera di carbone della Carbosulcis, che ha cessato l’attività estrattiva da vent’anni ed è in fase di chiusura concordata con la Commissione Europea.

Il prezzo dello sviluppo industriale è stato molto elevato: l’impatto ambientale degli impianti metallurgici è stato più rapido e perfino più pesante, per quanto più circoscritto, di quello delle attività minerarie, con gravi ripercussioni sulla salute dei lavoratori e della popolazione, che presenta indici di mortalità in eccesso e incidenza di patologie gravi ben più elevati di altri territori7; ma anche il ricorso massiccio, ricorrente e prolungato alla cassa integrazione guadagni ha avuto conseguenze sociali e occupazionali gravi benché poco considerate. Gli ammortizzatori sociali non sono stati utilizzati solo per garantire una protezione del reddito ai lavoratori espulsi dai processi produttivi, ma anche per mantenere i lavoratori legati all’industria – e l’industria al territorio – in una condizione prolungata di attesa e incertezza (e povertà crescente), che ha tenuto sospesi per anni centinaia e centinaia di lavoratori di ogni età, le loro competenze professionali e la loro stessa vita, con l’obiettivo di esercitare una pressione sociale che sollecitasse un intervento pubblico in grado di trattenere le industrie a Portovesme. Ma le multinazionali non hanno mai nascosto i fattori di svantaggio e i costi non competitivi connessi alla localizzazione di industrie energivore in quel territorio, compensati solo e fintanto che venivano mantenute robuste agevolazioni pubbliche, non sostenibili indefinitamente. Le strategie delle multinazionali vengono definite su scala globale e le scelte di restare o andare via da un territorio non sono quasi mai oppugnabili in ambito locale e neppure nazionale: il “potere dei giganti” è quello di perseguire i propri interessi su scala globale, anche interferendo nei processi democratici, nelle scelte politiche ed economiche dei singoli Stati8. Il Sulcis-Iglesiente è solo uno strumento dello smisurato potere delle multinazionali, è una periferia del sistema capitalistico mondiale9, un anello debole nelle catene globali del valore10, destinato – come tutte le periferie industriali – a ospitare le produzioni a minore valore aggiunto (e a maggiore impatto ambientale, sociale, etico), e a subire le decisioni delle grandi imprese che dai centri dell’economia e della finanza globale decidono «che cosa produrre nel mondo, con quali mezzi, dove, quando, in che quantità»11.

L’ultima drammatica crisi del Sulcis-Iglesiente è iniziata nel 2008 ed è esplosa nel 2009 con la fermata degli impianti di Eurallumina e la contestuale apertura da parte di Alcoa di una vertenza sindacale per la riduzione dell’occupazione. Nel 2009 si è fermato anche lo stabilimento della multinazionale danese Rockwool, che produceva lana di roccia nella zona industriale di Iglesias: la produzione è stata delocalizzata in Croazia. Nel 2012, con l’abbandono definitivo di Alcoa e il persistente blocco degli impianti di Eurallumina, si è fermata l’intera produzione di alluminio del polo industriale di Portovesme. Il Sulcis è precipitato in una crisi senza precedenti che ha prodotto una vera e propria emergenza sociale e occupazionale, aggravata dalla cronica debolezza economica e produttiva di una delle province più povere d’Italia. Le lotte degli operai in difesa dei posti di lavoro sono diventate serrate, drammatiche, disperate, in un crescendo di tensione ed esasperazione.

I lavoratori di Eurallumina, prima, quelli di Alcoa dopo, con il sostegno dei sindacati e la solidarietà delle comunità hanno organizzato proteste di ogni tipo: manifestazioni, marce, presidi all’ingresso delle fabbriche, sotto i palazzi della Regione, sotto il Ministero dello sviluppo economico; hanno battuto sull’asfalto i caschi gialli e bianchi per mesi, per anni, per fare rumore, per farsi sentire, e per farsi vedere; in mancanza di risposte istituzionali affidabili, alcuni lavoratori si sono accampati su un silo dello stabilimento Alcoa a 70 metri di altezza («Una volta col lavoro ci si guadagnava da vivere, oggi si rischia la vita per guadagnarsi il lavoro», ha osservato lo storico Adriano Prosperi commentando la protesta degli operai Alcoa12), altri si sono barricati in una galleria della vecchia miniera di Serbariu; hanno occupato municipi e sale della Regione, hanno bloccato strade, stazioni, perfino l’aeroporto di Cagliari, riuscendo ad arrivare sulle piste e a fermare per qualche ora il traffico aereo. I lavoratori hanno continuato a difendere l’industria contro ogni evidenza (impegni disattesi, progetti accantonati, investimenti fermi, annunci di abbandono della produzione), e malgrado le ricorrenti e prolungate ondate di cassa integrazione e il grave inquinamento ambientale.

L’iniziativa più rilevante assunta per fronteggiare l’ultima crisi è stata l’approvazione di un “Piano straordinario per il Sulcis” (Piano Sulcis)13. Nel Piano Sulcis, in cui sono confluite risorse pubbliche europee, nazionali, regionali e provinciali per una cifra complessiva di 805,2 milioni di euro, la difesa dell’industria e il rilancio della produzione hanno un ruolo centrale. L’impegno totale di risorse pubbliche (65%) e capitale privato (35%) era stimato in 1.243 milioni di euro. Una cifra considerevole, anche se in larga parte non si trattava di risorse aggiuntive ma del coordinamento di risorse finanziarie già assegnate su diversi fondi. Il Piano Sulcis prometteva un’importante ricaduta occupazionale, ribadita fino agli ultimi aggiornamenti pubblicati: «l’occupazione associata agli interventi, una volta conclusi, è stimata per significativo difetto in circa 4.500 unità oltre l’occupazione di cantiere valutata per difetto in oltre 1.000 unità»14. Questa promessa non è stata mantenuta, per varie ragioni che non attenuano il danno sociale prodotto dall’ennesimo tradimento delle aspettative occupazionali del territorio: a) in 10 anni è stato speso molto meno della metà delle risorse disponibili; b) le industrie più grandi, al cui rilancio era legata la creazione di occupazione più consistente, sono ancora ferme e altre hanno cessato l’attività; c) nel corso degli anni alcuni progetti industriali rilevanti sono stati abbandonati per motivi diversi15 e sostituiti da altri interventi con un impatto occupazionale inferiore e molto più incerto; d) una parte consistente delle risorse è stata destinata ai finanziamenti alle micro-imprese locali esistenti che, al più, hanno salvaguardato l’occupazione in una congiuntura economica difficile, senza crearne di aggiuntiva; e) gli interventi infrastrutturali e soprattutto quelli per le bonifiche e il risanamento ambientale sono stati avviati solo in parte e con grave ritardo, sia per la complessità dell’iter autorizzativo che per la numerosità e l’inadeguatezza amministrativo-burocratica dei soggetti attuatori.

Il Sulcis-Iglesiente è un territorio periferico anche in termini di marginalità socio-economica.

Negli ultimi decenni ha subito un calo demografico significativo, lento e ininterrotto (tra il 2001 e il 2019 la popolazione si è ridotta dell’8,1 per cento16), l’erosione della popolazione è progredita inesorabilmente in entrambi i centri urbani principali, che in passato sono stati rispettivamente il capoluogo delle miniere metallifere (Iglesias) e del bacino carbonifero (Carbonia). Il profilo demografico del territorio è oggi segnato da un forte invecchiamento: l’indice di vecchiaia, già elevato, è più che raddoppiato (ci sono 283 anziani ogni 100 giovani al di sotto dei 15 anni), mentre l’indice di dipendenza strutturale mostra che ci sono 57 individui in età non lavorativa ogni 100 persone in età da lavoro, di cui solo una minoranza ha un’occupazione. Anche il rapporto tra la fascia di popolazione che sta per entrare nell’età della pensione (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mercato del lavoro (15-19 anni) risulta sempre più squilibrato: l’indice di ricambio della popolazione attiva è arrivato infatti a 223,4 e ciò significa che le persone in procinto di uscire dal mercato del lavoro sono più del doppio di quelle che stanno per entrare. L’indice di natalità in calo, l’indice di mortalità in aumento, i saldi migratori totali negativi completano un quadro demografico problematico. Gli indicatori del mercato del lavoro descrivono a loro volta una persistente debolezza dell’occupazione e una disoccupazione elevata, con un’ampia marginalità lavorativa dei giovani e delle donne. Pur con alcuni limiti significativi, i dati dei due principali Sistemi Locali del Lavoro17 del Sulcis-Iglesiente (Carbonia e Iglesias)18, al cui interno risiede quasi l’85% della popolazione del territorio, indicano un livello di occupazione strutturalmente basso, fortemente intaccato dalla crisi iniziata nel 2008 e proseguita fino al 2014, che in 6 anni ha determinato la perdita di almeno 5.000 occupati, pari ad una riduzione del 13%. Benché dal 2015 sia iniziata una lieve ripresa, l’occupazione non è mai tornata ai livelli pre-crisi, più elevati di alcune migliaia di unità rispetto a quelli del 2023. Il tasso di disoccupazione, attualmente attorno al 10%, negli anni più duri della crisi ha raggiunto il 20%, ma tra i giovani e le donne ha toccato livelli mai visti prima, fino a oltre il 70%: il 2014 ha segnato il picco di disoccupati, più di 8.000. I dati sulla spesa sociale per abitante e sui trasferimenti di tipo assistenziale (pensioni di invalidità e pensioni sociali, reddito di cittadinanza) individuano una grave situazione di impoverimento nei due centri urbani principali e nei piccoli comuni del territorio, e un elevato livello di dipendenza delle famiglie dalle misure di sostegno del reddito. La povertà e la desolazione portate dalla crisi e dalla chiusura delle fabbriche sono ben descritte da Angelo Ferracuti nel “romanzo della fine del lavoro”19, un’inchiesta accurata (e addolorata) sul declino economico e sociale di Carbonia e Iglesias e di tutto il Sulcis-Iglesiente, ma anche dall’importante documentario Lost Citizens20, che raccoglie testimonianze sulla dignità e la disperazione operaia, sull’impatto individuale e collettivo della brutalità della perdita del lavoro, l’umiliazione della cassa integrazione e dei sussidi di disoccupazione, la mancanza di alternative e la rassegnazione. «Non ci sono prospettive. Il polo di Portovesme è un cimitero di industrie morte circondate da paesi fantasma. È come se dal Sulcis fosse scomparso l’orizzonte»21.

Il Sulcis-Iglesiente è un territorio vasto e eterogeneo, anche se viene comunemente identificato con l’area industriale di Portovesme: comprende zone montuose e foreste, riserve naturali, zone agricole, scogliere e coste sabbiose, due isole, tonnare e stagni per l’acquacoltura, due centri urbani con aree industriali, un importante patrimonio di archeologia industriale, un complesso nuragico, una necropoli punica e siti archeologici di rilievo, una base militare con una vasta interdizione di aree (anche marine), una trentina di piccole comunità per lo più agricole. E’ bene tenere a mente la varietà del territorio, perché in una prospettiva di riconversione e diversificazione produttiva – verso un’economia climaticamente neutra ma anche eticamente sostenibile – le risorse e le vocazioni differenziate del territorio possono costituire un vantaggio. Occorre però tenere a mente soprattutto che le grandi trasformazioni – e le transizioni (quella demografica oltre quella energetica) – hanno bisogno di un lungimirante disegno collettivo, ed è ciò che è mancato finora: come altre aree del Mezzogiorno, il Sulcis-Iglesiente (le sue istituzioni, la classe politica e sindacale) è stato incapace di uscire dalla gestione di un’infinita emergenza, da una lotta estenuante per la difesa dell’esistente, invece «di costruire, anche attraverso un conflitto politico e sociale aperto, un futuro diverso»22. L’industria ha segnato profondamente il percorso di sviluppo del Sulcis-Iglesiente, e questo spiega l’identificazione del territorio con l’area industriale. L’impatto che l’industria ha avuto sull’intero territorio è rilevante: dal 1990 il Sulcis-Iglesiente è inserito tra le aree ad elevato rischio di crisi ambientale23; dieci anni dopo, nel 2001, il Sulcis-Iglesiente-Guspinese presentava un quadro di contaminazione ambientale e di rischio sanitario tale da determinarne il riconoscimento di Sito di bonifica di interesse nazionale (SIN)24, con un’estensione molto ampia che comprende 39 comuni e le aree industriali di Sarroch e Macchiareddu (è il SIN più esteso d’Italia, anche se non il più popolato). Successivamente, nel 2016, i 23 Comuni della provincia del Sulcis-Iglesiente sono stati riconosciuti area di crisi industriale complessa25, una definizione che riguarda territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale, non risolvibili con risorse e strumenti di sola competenza regionale.

Ma l’industria non è stata solo questo, non è stata solo cassa integrazione, crisi ricorrenti e impianti chiusi. L’industria è anche lavoro organizzato, cultura produttiva, sforzo collettivo, innovazione26. Per indicare un’attività organizzata, qualificata, produttiva – insomma, di maggior valore – si usa il termine industria: così, quando il turismo assume il rigore organizzativo, professionale, produttivo che è proprio del lavoro industriale, diventa “industria turistica”.

L’industria non è solo inquinamento, non tutte le produzioni industriali hanno un impatto ambientale insostenibile, e non è neppure soltanto lavoro operaio poco qualificato e pericoloso, ma è anche specializzazione, tecnologia, ricerca. Nell’industria si è costruita la coscienza operaia, l’antagonismo di classe e la lotta per i diritti dei lavoratori, ma anche la cooperazione e la solidarietà. Per questo l’impatto dell’industria nel Sulcis-Iglesiente va ben oltre quello ambientale, e malgrado sia mancata la manifattura dei prodotti finiti, prende la forma di un’identificazione dell’industria con l’idea di sviluppo e di progresso, con la produzione di reddito e di ricchezza, l’occupazione stabile, il riconoscimento sociale, la partecipazione. «Non si tratta di essere industrialisti ad ogni costo. Il fatto vero, deprimente, è che non c’è più un progetto né per industrie pesanti né per industrie leggere. E senza industria non c’è sviluppo economico»27.

In questo contesto, alla fine del 2010 è arrivata RWM Italia, azienda interamente controllata da Rheinmetall Waffen Munition GmbH (tradotto: munizioni per armi Rheinmetall, di cui RWM è l’acronimo), una sussidiaria del gruppo multinazionale Rheinmetall AG, con sede a Düsseldorf. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), colloca nel 2022 il Gruppo Rheinmetall al 28° posto tra i primi 100 produttori mondiali di armi, il primo in Germania e uno dei principali in Europa, con 30.000 dipendenti in 167 sedi e siti di produzione in tutto il mondo e un fatturato di 7,2 miliardi di euro (il 67% dei ricavi del Gruppo deriva dalla vendita di armi).28

Una parte rilevante della produzione di armamenti del gruppo Rheinmetall è localizzata fuori dalla Germania: alcune ricerche hanno rilevato che lo stigma associato all’industria della difesa limita in Germania il reclutamento di personale, determinando anche una carenza di professionalità necessarie alle imprese del settore,29 mentre nelle periferie del sistema-mondo il personale non manca; secondo l’azionariato critico presente in Rheinmetall la produzione all’estero consente al Gruppo di evitare controlli sulle esportazioni e vendere armamenti anche a paesi per i quali potrebbe non ottenere una licenza di esportazione in Germania30.

Il sito web di Rheinmetall si apre con un grande titolo: “Assumersi la responsabilità in un mondo che cambia (Taking responsibility in a changing world). La missione del Gruppo è spiegata con queste parole: «Attraverso il nostro lavoro in vari campi, noi di Rheinmetall ci assumiamo la responsabilità in un mondo in drastico cambiamento. Con le nostre tecnologie, prodotti e sistemi, creiamo la base indispensabile per la pace, la libertà e lo sviluppo sostenibile: la sicurezza».31

Dunque Rheinmetall opera nel “mercato della sicurezza” e si impegna per la sostenibilità climatica: questo garantirebbe la rispettabilità della produzione e la responsabilità sociale dell’impresa. Si può introdurre a questo punto una questione cruciale che ritroviamo nel caso RWM Italia: la legalità della produzione di armi e la legittimità dell’impresa a produrle sono state affermate come principi indiscutibili e sufficienti a proteggere l’occupazione nel settore della difesa da qualsiasi giudizio. Ma proprio il caso RWM Italia ha dimostrato32 che non sempre la legalità è rispettata, e che lalegittimità può essere (quando c’è) solo giuridica, in quanto attività conforme alle disposizioni dell’ordinamento giuridico, ma non in termini di «rispondenza alla giustizia e al diritto in senso ampio, alla ragione, alla logica, ai principî morali, e in genere a norme e principî di natura non strettamente giuridica»33. Questo ha un impatto inevitabile sul lavoro nella produzione di armi, sul suo valore sociale, etico e non solo economico.

RWM Italia è arrivata nel Sulcis-Iglesiente a dicembre del 2010 dopo avere rilevato dal Gruppo francese EPC SA (Explosifs Produits Chimiques Societé Anonyme) la SEI EPC Italia con sede a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domusnovas. SEI EPC Italia aveva acquistato oltre quarant’anni prima, nel 1967, la SEI Italia (Società Esplosivi Industriali) fondata nel 1933 a Ghedi da una famiglia di industriali bresciani, la cui produzione era incentrata nel settore della difesa, affiancato da quello civile (esplosivi industriali). Negli anni Settanta, pochi anni dopo avere rilevato l’azienda di Ghedi, SEI EPC ITALIA crea la Sarda Esplosivi Industriali (l’acronimo è sempre SEI) con sede e stabilimento a Domusnovas, che si concentra nella fabbricazione di esplosivi per usi industriali, in particolare per il settore minerario (cave e miniere), in quegli anni ancora vitale, soprattutto nel territorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese.

La fabbrica di Domusnovas nasce quindi per la produzione civile, che va avanti per oltre trent’anni. Nel 2010 SEI EPC Italia decide di cedere definitivamente il ramo difesa, dedicandosi esclusivamente alla commercializzazione di prodotti esplosivi per uso civile e industriale. Arriva quindi RWM Italia che rileva il ramo d’azienda con 115 dipendenti e un fatturato nel 2009 di circa 20 milioni di euro, con l’obiettivo di concentrarsi sulle attività legate alla difesa, ovvero lo sviluppo e la produzione di munizioni, abbandonando invece la produzione per uso civile. Secondo quanto riferisce un sindacalista della RSU aziendale che lavora nello stabilimento di Domusnovas dal 1997, nel passaggio dalla multinazionale francese alla multinazionale tedesca l’occupazione si riduce a circa 40 lavoratori, ma senza conflitti, pur trattandosi di una riduzione di quasi due terzi degli addetti e pur essendo un’azienda da sempre ad elevata sindacalizzazione.

Anche oggi RWM Italia ha una elevata sindacalizzazione. Il sindacato maggiormente rappresentativo nello stabilimento di Domusnovas è la CGIL. L’ultimo rinnovo della RSU di RWM, a ottobre 2021, ha visto una altissima partecipazione al voto (il 96%), da cui i sindacati confederali ricavano la conferma di «una grande fiducia verso i delegati e le OO.SS.», e hanno dichiarato che «da questo risultato riparte l’attività sindacale volta alla tutela e salvaguardia dei diritti dei lavoratori e di un sito produttivo che può e deve essere strategico per il sistema di difesa dell’Italia»34. In molte occasioni il sindacato ha difeso l’azienda e la sua produzione, anche quando era coinvolta nei bombardamenti in Yemen: «naturalmente non significa che il lavoro che si svolge nell’industria della difesa sia da deprecare e smantellare: contribuisce a realizzare obiettivi di sicurezza nazionali e internazionali, crea reddito e occupazione consistenti e realizza progressi tecnologici fondamentali per la vita sociale moderna».35

Se la federazione sindacale IndustriAll Europe ammette che la rappresentanza dei lavoratori occupati nella produzione di equipaggiamenti per la difesa costituisce un dilemma36 – riconoscendo oltre al conflitto tra capitale e lavoro anche quello tra la produzione di armi e i valori fondativi delle organizzazioni sindacali – i sindacati del Sulcis-Iglesiente hanno ostinatamente negato l’esistenza di una questione etica. Anche di fronte alle mobilitazioni di altre categorie di lavoratori contro l’esportazione di armi, comprese quelle prodotte da RWM Italia, c’è stato un netto rifiuto a qualsiasi confronto sulla dimensione etica del lavoro e sul suo valore sociale.

Questa chiusura ha determinato l’isolamento dei lavoratori di RWM Italia, che per quanto compatti sono apparsi completamente isolati, chiusi nei confini blindati dell’azienda, senza mai un’azione di lotta all’esterno: non hanno cercato (né ricevuto) solidarietà in altri territori o da altre categorie di lavoratori, neppure nei momenti di maggiore tensione sociale; al contrario, hanno dovuto affrontare la contrapposizione sociale (e mediatica) dei portuali che in altri territori lottavano per fermare il trasporto di armamenti, quella dei sindacati autonomi locali che hanno aderito alle mobilitazioni contro la produzione di RWM Italia, e l’insofferenza – all’interno delle stesse confederazioni sindacali rappresentate nell’azienda – di alcune categorie di lavoratori (come i metalmeccanici), per la difesa ad oltranza della fabbrica di bombe.

Lo stabilimento RWM Italia di Domusnovas ha 98 dipendenti37 e altri 240-260 lavoratori in somministrazione, con contratti di 3 mesi rinnovabili fino ad un massimo di 24 mesi. Tra di loro ci sono anche lavoratori in cassa integrazione o licenziati dalle industrie di Portovesme ormai ferme. All’inizio dell’estate 2024 nello stabilimento di Domusnovas c’erano circa 300 addetti in somministrazione38: ciò significa che la produzione di RWM Italia è portata avanti da un organico che per il 75% è esterno all’azienda e “scade” ogni tre mesi.

Questa quota abnorme di lavoro in somministrazione con contratti di breve durata è un indicatore del basso livello tecnologico della produzione39, ma anche di una pericolosa sottovalutazione del rischio che comporta maneggiare prodotti esplosivi40, oltre che di una elevata precarietà dell’occupazione.

Anche Alcoa aveva usato questo tipo di contratti, ma i lavoratori erano consapevoli dell’abuso: «La precarietà è un ricatto, eravamo ottanta, sempre in scacco matto, facilmente ricattabili dall’azienda, contratto ogni tre mesi, sabato al lavoro»41. L’assenza di conflitti all’interno di RWM Italia per la stabilizzazione progressiva o parziale di questo nutrito contingente di lavoratori – a fronte di produzione e fatturato in forte crescita grazie alle guerre in corso e all’ampliamento dello stabilimento – è un indicatore dei rapporti pienamente collaborativi del sindacato con l’azienda, di fatto un totale ripiegamento sugli interessi aziendali.

Del resto, l’associazione degli industriali e le organizzazioni sindacali del territorio hanno emanato più volte comunicati congiunti in difesa della libertà di RWM Italia e dei lavoratori ad “esercitare serenamente il diritto al proprio lavoro e alla iniziativa economica”. I lavoratori hanno sempre difeso il loro lavoro senza apparenti divisioni interne (che non è stato possibile verificare a causa dell’isolamento imposto dall’azienda e appoggiato dal sindacato), negando l’esistenza di una questione etica e ribadendo in ogni occasione la piena legalità e legittimità della produzione di RWM Italia. La difesa del lavoro da parte delle rappresentanze sindacali ha coinciso con una strenua difesa dell’azienda, sotto ogni profilo, e i lavoratori hanno rivendicato con orgoglio l’appartenenza a RWM Italia: «È per noi motivo di orgoglio professionale far parte di questo settore che, a prescindere dalle ideologie e valori etici personali di ognuno di noi, rappresenta una eccellenza industriale nel nostro Paese»42.

È interessante osservare che gli operai di Eurallumina o di Alcoa e i loro rappresentanti sindacali, nel corso delle estenuanti lotte per la difesa del lavoro, non hanno mai espresso pubblicamente un sentimento analogo nei confronti delle due aziende multinazionali. Si può dire che per loro l’orgoglio era prima di tutto professionale, non aziendale43. Nel caso di RWM Italia è più complicato (imbarazzante?) esprimere un orgoglio professionale per il riempimento di corpi bomba con esplosivi.

“Un lavoro come un altro”. Il sindacato territoriale ha ribadito più volte che il lavoro in RWM Italia è un lavoro come un altro e non può essere demonizzato, perché si svolge nel rispetto delle leggi e ciò esclude l’esistenza di una questione etica. Tuttavia, la difesa ad oltranza di quel lavoro, in quel tipo di produzione, rafforzata dal categorico rifiuto di una riconversione dell’impianto o di una ricollocazione occupazionale in altre attività, testimonia il valore specifico attribuito a quel lavoro rispetto a qualsiasi altro.

Non proprio un lavoro come un altro, dunque, certamente un lavoro remunerato molto meglio. La retribuzione mensile di un operaio generico in RWM Italia è di 2.170 euro lordi cui si aggiungono indennità di turni, indennità di lavoro notturno e di lavoro festivo, premialità e altre voci che portano la retribuzione netta mensile a circa 2.000 euro. Il costo per RWM Italia di ogni lavoratore somministrato, comprensivo dei compensi alla società di somministrazione (che gestisce interamente il personale), non è inferiore ai 6.000-7.000 euro mensili. Come si spiega che in un territorio in cui il lavoro è poco e la disoccupazione endemica, in cui molti lavoratori sono stati espulsi dalle industrie ferme da anni e i giovani vanno a cercare lavoro altrove, un’azienda decida di retribuire il lavoro più di quanto deve, e più di qualsiasi altra azienda? Perché offrire retribuzioni più elevate in un territorio in cui ogni posto di lavoro ha la forma di un miraggio nel deserto44, in cui i lavoratori sono disposti ad accettare anche retribuzioni più basse?

Una prima risposta, la più semplice, è che produrre bombe non è affatto un lavoro come un altro: ci sono ragioni per cui è ritenuto peggiore di altri e questo giustifica una retribuzione migliore. Le ragioni sono etiche, non riguardano rischi e fatica: i lavori che sono oggettivamente più faticosi e rischiosi di altri non sono pagati meglio. I cavatori o i manovali edili – per fare solo due esempi – non arriverebbero mai a guadagnare quanto guadagna un operaio della fabbrica di Domusnovas. Non è quindi per la fatica e il rischio del lavoro che le retribuzioni alla RWM Italia sono più elevate, forse è per acquietare le coscienze, rendere più accettabile un lavoro che (forse) a poco prezzo non si accetterebbe. O che non tutti accetterebbero se ci fossero alternative: come succede a Ghedi, dove ci sono lavoratori che non accettano di lavorare alla RWM Italia, avendo altre opportunità di lavoro nel territorio45.

Senza alcun intento di colpevolizzazione – meno che mai di criminalizzazione – dei lavoratori, occorre porsi qualche domanda scomoda, quelle domande che il sindacato non vuole porsi ma che questo tipo di lavoro sollecita e forse impone, perché davvero non è accettabile che si possa definire “un lavoro come un altro”. Come è possibile negare che questo lavoro investe una dimensione etica che in altri lavori non viene né coinvolta né compromessa? Qual è il prezzo che rende possibile questa negazione? Sulla lapide che ricorda i 47 lavoratori e lavoratrici morti l’8 agosto del 1940 nell’esplosione dello stabilimento militare di caricamento proiettili a Piacenza, conosciuto come “Pertite”, si legge alla fine: «per pane fabbricavamo strumenti di morte». Pur nella fame, dunque, c’era consapevolezza: era chiaro che solo il bisogno giustificava lo svolgimento di un lavoro che produceva danni irreparabili.

Nel caso RWM Italia il sindacato ha scelto la strada della negazione ad oltranza della necessità di una consapevolezza individuale e collettiva rispetto alle finalità della produzione; eppure, quel lavoro poteva essere difeso con la stessa determinazione anche soltanto richiamando la scarsità di occupazione nel territorio. È stato scelto invece di negare anche l’esistenza di un ricatto occupazionale, che peraltro l’azienda ha usato più volte pubblicamente per contrapporsi alle decisioni politiche di fermare la sua produzione, evocando la debolezza del territorio pesantemente colpito da dismissioni industriali e crisi occupazionali. Le rappresentanze sindacali e i lavoratori hanno voluto negare anche questo, cioè di essere spinti a quel lavoro dalla mancanza di alternative, rivendicando la loro libertà di scelta: «è inaccettabile, in quanto profondamente falsa, l’immagine di noi, lavoratrici e lavoratori di RWM Italia, così come resa dalle insistenti “attenzioni” di questi mesi: vittime di un presunto ricatto occupazionale, costretti a un lavoro che facciamo nostro malgrado, per colpa di un territorio che non offre nulla di alternativo».

Sono le condizioni o il contenuto a definire il valore del lavoro? È la precarietà a rendere basso il valore di un lavoro e una buona retribuzione a renderlo alto? Il ragionamento è complesso ma qui possiamo almeno suggerire che concentrarsi sul contenuto del lavoro può essere un atto coraggioso: sono ancora pochi coloro che cominciano a pensare (e scrivere) che certi lavori non dovrebbero esistere, per il loro contenuto più che per le loro condizioni. «Come è possibile anche solo provare a parlare di dignità nel lavoro se si ha l’intima convinzione che la propria occupazione non dovrebbe esistere?» si è chiesto David Graeber, professore di antropologia alla London School of Economics nel suo recente libro Bull Shit Jobs (“lavori di merda”)46. Il suo riferimento è ai tanti lavori inutili o perfino dannosi, e si sofferma sulla “tristezza di sapere che si sta facendo del male” in diversi modi. C’è una forma di sofferenza sociale che andrebbe riconosciuta, secondo Graeber: «la tristezza di dover fingere di fornire qualche sorta di beneficio all’umanità, pur sapendo che è vero esattamente il contrario»47.

Mettere in discussione il contenuto di un lavoro significa metterne in discussione il senso, rendere esplicito che esistono lavori che hanno senso solo per chi ne ricava profitti, non per chi li svolge e tanto meno per la società nel suo complesso. Possiamo arrivare a dire che l’idea che il lavoro costituisce un valore etico in sé è un tragico inganno per costringere gli individui a fare qualsiasi cosa per vivere (compreso morire), ad accettare di svolgere qualsiasi attività remunerata (poco o molto), attribuendole un valore anche quando è priva di utilità sociale o contraddice principi etici universali. Chi svolge questi lavori può non riconoscerlo, può ritenere che l’unico valore che conta è quello economico, che sia questo il valore del lavoro.

Tuttavia, considerare il lavoro solo come mezzo per procurarsi da vivere è una forzatura più che una semplificazione: significa infatti escludere ogni altra dimensione rilevante, spesso determinante per la collocazione sociale, la soddisfazione o insoddisfazione individuale, la qualità delle condizioni di vita in senso lato. Il lavoro ridotto a mero antidoto alla “fame” è una finzione: il lavoro non sempre protegge dalla povertà, e d’altra parte può offrire altri tipi di gratificazioni anche quando non preclude ristrettezze economiche (lo sa bene chi intraprende la carriera accademica). In ogni caso, non si può ricondurre alla “fame”, cioè al bisogno estremo, ogni scelta lavorativa (per giunta rivendicata come libera).

Perché non si è mai avuta notizia di uno sciopero nell’industria degli armamenti?È la domanda che assillava José Saramago, e che lo ha portato a scrivere l’ultimo libro (incompiuto) proprio su una fabbrica di armi48. Rispondere a questa domanda significa porsi molte altre domande sulla produzione e l’uso delle armi, sull’occupazione che crea, sui redditi che distribuisce, sulle relazioni sociali che costruisce (o distrugge), sui mezzi di persuasione che utilizza per garantirsi una collaborazione leale, sulle ricompense che elargisce per addomesticare le coscienze. Alla base di tutte le domande c’è, naturalmente, il convincimento profondo che progettare e costruire armi non è un’attività industriale come le altre: per creare profitti non basta disporre di capitali, forza lavoro, capacità imprenditoriale, strumenti di coercizione e consenso.

Servono anche coscienze annichilite. Un episodio avvenuto durante la guerra civile spagnola aveva colpito particolarmente Saramago: una bomba lanciata contro le milizie del Fronte Popolare in Estremadura non era esplosa a causa di un sabotaggio, al suo interno era stato trovato un foglio con una breve frase: “Questa bomba non scoppierà”. Gli episodi di sabotaggio d’armi non erano infrequenti e hanno trovato un posto di rilievo nella letteratura spagnola. Nell’opera autobiografica dello scrittore spagnolo Arturo Barea (La forja de un rebelde) sono raccontati diversi episodi di sabotaggio: uno riguarda un proiettile sparato su Madrid e non esploso, al cui interno era stata trovata una striscia di carta con una scritta in tedesco: “Compagni, non abbiate paura. Gli obici che io carico non scoppiano. Un lavoratore tedesco”. Spiega Fernando Gómez Aguilera: «Operai spagnoli, tedeschi, italiani, e portoghesi, nel corso della guerra civile, avevano messo a repentaglio le loro vite per sabotare armi introducendovi messaggi di incoraggiamento e solidarietà rinvenuti in vari luoghi della geografia spagnola…»49. Le forme di disobbedienza dei lavoratori servivano a Saramago per dimostrare che esiste un diritto umano che poche volte si cita, anche se è importantissimo: è il diritto del cittadino a non cooperare ad attività che considera sbagliate o dannose, senza lasciarsi irretire dal pensiero che se non sarà lui a farlo saranno altri (una motivazione espressa più volte dai lavoratori di RWM Italia).

Tutta l’opera narrativa di Saramago è dedicata a esplorare le molteplici sfaccettature dell’inumanità che ci affligge50. Saramago rifiutava l’indifferenza e l’apatia morale ed esortava ad adottare un senso etico dell’esistenza. L’urgenza che lo tormentava, nel suo ultimo respiro narrativo, era di «dare corpo all’idea che aveva della banalità del male, quella spinosa questione che Hannah Arendt aveva posto al centro del dibattito intellettuale»51, esplorando il paradosso morale di un lavoratore qualunque, conforme alla sua mansione, onesto, scrupoloso – l’impiegato modello di una fabbrica di armi – capace di ignorare serenamente le conseguenze provocate dalla sua disciplinata efficienza professionale. A Saramago interessava esaminare l’abituale dissociazione tra comportamenti ed effetti prodotti, l’alienazione quotidiana della coscienza, per smuovere paradossi e scuse, indolenze e incongruenze esplicite e latenti. «Forse era proprio quello l’ultimo conto in sospeso che aveva fretta di saldare o aprire, a seconda di come lo si guardi: quello della responsabilità morale dell’individuo, interpellando i lettori uno a uno, frugando nelle loro coscienze, per provocare, scuotere e affidare al singolo la sfida del rinnovamento: la possibilità, seppur scettica, di indicare un cammino alternativo per un mondo più umano».52

1 Il testo è frutto di una elaborazione in progress dei materiali di una ricerca in corso che indaga il valore del lavoro a partire dal caso RWM Italia e dal declino industriale del Sulcis-Iglesiente. Un primo prodotto della ricerca si trova in M.L. Pruna, M.S. Perra, Conflitto politico e valore del lavoro. Il caso RWM Italia (Rheinmetall AG), “Economia & lavoro”, 10(2), 2023. Sulla deindustrializzazione del Sulcis-Iglesiente e la transizione energetica rinviamo a: L. GrecoM.S. Perra, M.L. Pruna, La sfida della «transizione giusta» in due aree di antica industrializzazione: Taranto e Sulcis, “Meridiana”, 106, 2023.

2 Il territorio del Sulcis Iglesiente ricade nella omonima provincia istituita con la Legge Regionale 12 aprile 2021 n. 7, che si ricollega storicamente e territorialmente a quella che sino al 2016 era la provincia di Carbonia-Iglesias. Ad oggi, tuttavia, il Sulcis-Iglesiente fa ancora parte della provincia del Sud Sardegna, istituita nel 2016 e soppressa nel 2021, attualmente governata da un commissario che gestirà la sua cessazione e il passaggio di competenze alla “nuova” provincia del Sulcis-Iglesiente. I frequenti cambiamenti nel numero e nei confini delle province sarde ha interrotto ripetutamente le serie storiche di dati statistici a livello provinciale e reso molto più difficile l’analisi territoriale del Sulcis-Iglesiente.

3 E. Cerrito, I poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Per una prospettiva storica, “Studi storici”, 3, luglio-settembre 2010.

4 Con la legge 11 giugno 1962 n. 588 – “Piano straordinario per favorire la rinascita economica e sociale della Sardegna in attuazione dell’art. 13 della legge costituzionale 26 febbraio 1948 n. 3”, noto come “Piano di Rinascita” – il Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno con il concorso della Regione Autonoma della Sardegna disponeva un piano organico straordinario ed aggiuntivo di interventi con l’obiettivo di produrre la trasformazione e il miglioramento delle strutture economiche e sociali della regione, “tali da conseguire la massima occupazione stabile e più rapidi ed equilibrati incrementi del reddito” (art. 1); in particolare, in conformità agli obiettivi fissati dal piano, il Ministro per le partecipazioni statali promuoveva “un programma di intervento delle aziende sottoposte alla sua vigilanza particolarmente orientato verso l’impianto di industrie di base e di trasformazione.” (art. 2).

5 All’inizio degli anni Novanta, con la Legge n. 221/1990, è stato approvato un programma speciale per la promozione di attività sostitutive nelle aree minerarie dismesse con la concessione di contributi in conto capitale da destinare a investimenti finalizzati a creare occupazione in nuove attività imprenditoriali, ma il bilancio è deludente soprattutto per le nuove iniziative industriali.

6 P. Fadda, Per una storia dell’industria in Sardegna, Cagliari, Zonza Editori, 2009; G. Sapelli, L’occasione mancata. Lo sviluppo incompiuto della industrializzazione sarda, Cagliari, CUEC, 2011.

7 Regione Autonoma della Sardegna, Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari o militari, 2005 (https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_50_20051214122846.pdf); Quinto Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I., Epidemiologia & Prevenzione, Anno 43 (2-3) 2019; ISDE, La mortalità in Sardegna nel periodo 2012-2017, 14 febbraio 2021.

8 C. Crouch, Il potere dei giganti, Roma-Bari, Laterza, 2011.

9 I. Wallerstein, Comprendere il mondo. Introduzione all’analisi dei sistemi-mondo, Trieste, Asterios Editore, 2013.; G. Viesti, Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo, Bari-Roma, Laterza, 2021.

10 L. Greco, Capitalismo e sviluppo nelle catene globali del valore, Roma, Carocci, 2016.

11 L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi, 2011; C. Crouch, Il potere dei giganti, Roma-Bari, Laterza. 2012.

12 A. Prosperi, “Quel grido che arriva dal silos dell’Alcoa”, La Repubblica, 7 settembre 2012.

13 Regione Autonoma della Sardegna, Protocollo di Intesa ai sensi dell’art. 15 della Legge 7 agosto 1990, n. 241 – Per la definizione di obiettivi e condizioni generali di sviluppo del Sulcis-Iglesiente, 13 novembre 2012, Carbonia (https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_529_20141021112527.pdf).

14 Regione Autonoma della Sardegna, Lo stato di avanzamento del Piano Sulcis, Febbraio 2019, p. 4 (https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_529_20190301123512.pdf).

15 Tra i progetti industriali più rilevanti che sono stati abbandonati ci sono la centrale a carbone di Eurallumina per la cogenerazione di vapore ed energia, il progetto Sotacarbo (Società partecipata dalla Regione Sardegna e da ENEA per la ricerca sulle tecnologie innovative avanzate nel settore dell’energia e dello sviluppo sostenibile) per la cattura e stoccaggio in sotterraneo dell’anidride carbonica, l’impianto per la produzione di biofuel della società Mossi e Ghisolfi.

16 Considerando i confini amministrativi dell’attuale provincia del Sud-Sardegna, che comprende 107 Comuni – ben più estesa della provincia di Carbonia-Iglesias che ne comprendeva 23 – la popolazione residente al 1° gennaio 2024 è di 331.754 abitanti: rispetto al 1991 sono 51.160 in meno, pari ad un calo del 13,4%.

17 I sistemi locali del lavoro (SLL) delimitano l’ambito territoriale al cui interno almeno il 70% della popolazione risiede e lavora, e dove quindi esercita la maggior parte delle relazioni sociali ed economiche. Sono definiti utilizzando i flussi degli spostamenti giornalieri casa/lavoro (pendolarismo) rilevati in occasione dei Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni Cfr. Istat: https://www.istat.it/tavole-di-dati/occupati-residenti-e-persone-in-cerca-di- occupazione-nei-sistemi-locali-del-lavoro-anni-2006-2022/.

18 Il SLL di Carbonia comprende 9 Comuni tra cui Portoscuso (nel cui perimetro ricade il polo industriale di Portovesme), è di medie dimensioni ed è classificato tra i sistemi della manifattura pesante; il SLL di Iglesias comprende 6 Comuni, è di piccole dimensioni ed è classificato tra i sistemi non manifatturieri, nel gruppo dei sistemi locali urbani non specializzati.

19 A. Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro, Milano, Chiarelettere, 2016.

20 S. Etzo, C. Etzo, Lost Citizens, Documentario, durata 46 minuti, Italia-Gran Bretagna, 2015

21 “Vita da cassintegrato nel Sulcis: «È sparito l’orizzonte, dov’è il futuro?»”, La Nuova Sardegna, 13 febbraio 2012.

22 G. Viesti, Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo, cit.

23 Si tratta di “ambiti territoriali e gli eventuali tratti marittimi prospicienti caratterizzati da gravi alterazioni degli equilibri ambientali nei corpi idrici, nell’atmosfera o nel suolo, e che comportano rischio per l’ambiente e la popolazione (Art. 7, Legge 8 luglio 1986, n. 349 – Istituzione del Ministero dell’ambiente e norme in materia di danno ambientale). Con deliberazione della Giunta della Regione Autonoma della Sardegna n. 22/64, del 16 maggio 1989, fu presentata istanza per la dichiarazione di area ad elevato rischio di crisi ambientale del territorio del Sulcis-Iglesiente, costituito dai comuni di Carbonia, Gonnesa, Portoscuso, Sant’Antioco e San Giovanni Suergiu. Sulla base di tale istanza, con deliberazione del Consiglio dei Ministri del 30 novembre 1990, il territorio del Sulcis-Iglesiente è stato dichiarato area ad elevato rischio di crisi ambientale.

24 L’art. 252, comma 1 del D.Lgs. 152/06 e ss.mm.ii definisce : “I siti d’interesse nazionale, ai fini della bonifica, sono individuabili in relazione alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali”.

25 Decreto Ministeriale 13 settembre 2016 – Riconoscimento di crisi industriale complessa, con impatto significativo sulla politica industriale nazionale, per il polo industriale di Portovesme corrispondente ai Sistemi Locali del Lavoro di Carbonia, Iglesias e Teulada.

26 A. Accornero, Il mondo della produzione, Bologna, Il Mulino, 1994

27 “Vita da cassintegrato nel Sulcis: «È sparito l’orizzonte, dov’è il futuro?»”, cit.

28 https://www.rheinmetall.com/en.

29 Rand Europe (in collaborazione con la Fondazione Giacomo Brodolini), Annex to report: Vision on defence related skills for Europe today and tomorrow – Annex E: Germany, January 2019.

30 Resoconto dell’assemblea generale annuale degli azionisti di Rheinmetall AG che si è svolta a Berlino a maggio 2019. La Germania ha sospeso le esportazioni di armi verso l’Arabia Saudita quattro mesi prima dell’Italia, a partire dal 9 marzo 2019, senza tuttavia intervenire sulla produzione di RWM Italia e sulle esportazioni, proseguite fino all’intervento del Governo italiano.

31 https://www.rheinmetall.com/en.

32 M.L. Pruna, M.S. Perra, Conflitto politico e valore del lavoro. Il caso RWM Italia (Rheinmetall AG), cit

33 https://www.treccani.it/vocabolario/legittimita/.

34 Comunicato delle segreterie territoriali Filctem-Cgil e Femca-Cisl, 16 ottobre 2021.

35 “CGIL Regionale e Camera del Lavoro di Cagliari: il Governo Nazionale deve fermare l’export di armi verso l’Arabia Saudita”, SardegnaLive, 31 maggio 2019.

36 «The production of defence and security equipment is a dilemma for trade unions.»: https://news.industriall- europe.eu/p/defence.

37 Camera di Commercio, Industria, Artigianato, Agricoltura di Brescia, Visura storica società di capitale RWM Italia S.p.a., estratto dal Registro delle Imprese in data 28/02/2024.

38 I dati non sono certi perché le organizzazioni sindacali sono state reticenti a fornirli e sono stati ricavati da altre fonti.

39 Tra i principali comparti industriali all’interno del settore della difesa (aerospaziale, automotive, armi e munizioni) la produzione di armi e munizioni si distingue per alcune caratteristiche: riguarda esclusivamente applicazioni militari e belliche, rispetto agli altri due comparti è certamente quello a minore intensità di tecnologia e innovazione, ciò significa che non crea un’occupazione altamente qualificata.

40 Nel 2007 era stata presentata una proposta di legge per l’individuazione delle attività di produzione pericolose nelle quali vietare l’uso di lavoro in somministrazione. Uno dei firmatari era Maurizio Zipponi, segretario della Fiom di Brescia al tempo dell’esplosione alla SEI di Ghedi, in cui morirono tre operai.

41 A. Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro, cit.

42 Lettera aperta di tutti i lavoratori della RWM Italia S.p.A., 3 agosto 2017.

43 Sono in corso interviste per rilevare meglio questa dimensione del lavoro.

44 Enrico Pitzianti, Le bombe fabbricate tra gli ulivi della Sardegna, “Internazionale”, 15 gennaio 2018.

45 Infatti i lavoratori in somministrazione di Domusnovas devono garantire per contratto la disponibilità a trasferte di 3 mesi a Ghedi, ricompensate con diarie generose

46 D. Graeber, Bull Shit Jobs, Milano, Garzanti, 2018

48 J. Saramago, Alabarde, alabarde, Milano, Feltrinelli, 2014.

49 F. Gómez Aguilera, “Un libro incompiuto, una volontà tenace”. Introduzione a J. Saramago, Alabarde, alabarde, cit.

50 Ivi, p. 20.

51 Ibidem.

52Ivi, p. 23.